M3

“When I arrive, will you come and find me?”

(Thom Yorke, “Suspirium”)

[Piccola, ma necessaria, premessa: il testo che segue è un esperimento di finzione letteraria, per provare ad esplorare anche altri generi. So don’t panic!]

Prendo spesso la metropolitana.

Tutte le mattine, per andare all’università. A Milano. Quella gialla. La M3. Non quella figa senza conducente, tutta nuova e tirata a lucido: la lilla, la M5. No, io prendo una delle più vecchie. E quando arriva sposta una massa d’aria talmente grande da provocare un vento fortissimo. Ragion per cui in mentro non ci vado mai con i capelli legati, ma li lego una volta salita sul vagone: tutto quel vento mi distruggerebbe l’acconciatura.

Non che me ne importi. Ci metto circa 40 minuti per arrivare a destinazione, ho tutto il tempo per risistemarmi i capelli fuggiti dall’elastico. Ho anche tempo a sufficienza per dormire, se ho sonno.

In realtà mi piace tutto quel vento che arriva dal tunnel. Il rumore della frenata. Il gran numero di persone che sale e scende. I violinisti che suonano passeggiando da un vagone all’altro. Il suono del passaggio sulle rotaie. L’ondeggiamento a ogni cambio di binario, a ogni minima curva, a ogni frenata. Quelli che non trovano un appiglio in tempo e saltellano cercando di ritrovare l’equilibrio.

Generalmente, mi piace.

 

Quando non penso di buttarmi sulle rotaie, dritta sotto il treno, mi piace. 

 

Le fisso spesso, le rotaie. Mi metto nei punti più lontani della banchina, lontani dalla calca. La scusa ufficiale che mi racconto è che così riesco a salire in vagoni generalmente quasi vuoti, e a trovare posto a sedere di conseguenza. La verità è che mi piace guardare la metro arrivare a tutta velocità. E pensare che, quando è tutto troppo, basterebbe soltanto un passo.

Un passo.

Se non fosse che detesto profondamente creare problemi, dare fastidio. E se mi buttassi, bloccherei tutta la linea. Farei arrivare in ritardo le persone a lavoro, danneggerei la metro, manderei in terapia il conducente. Le persone penserebbero “ci mancava solo un altro disgraziato sui binari, farò tardi un’altra volta”. Lo so perchè è lo stesso pensiero che elaboro io, quando sono sul vagone, in viaggio, e qualcuno si butta tra i binari. Tutti, tutti mi odierebbero. E io non ne ho bisogno. Sarebbe un completo disastro, su tutti i fronti.

Penso spesso di buttarmi sulle rotaie.

Far finta di inciampare, e scivolare giù dalla banchina. Probabilmente non sentirei niente, per quanto è veloce la metro al suo arrivo.

Non fosse altro che per il fatto che detesto dare fastidio.

Ma certi giorni ho bisogno di non sentire più nulla, e più nessuno. Mi sento inconsolabile. Non esiste frase, parola, singola sillaba che possa farmi tornare a stare bene. Perchè mi sento così? vi starete chiedendo. Genetica, suppongo. Forse ho ereditato una particolare sensibilità al mondo e ai suoi meccanismi. Forse sono soltanto strana, e noto cose che nessun altro nota. Cose totalmente inutili, che poi mi fanno star male.

Non ricordo la prima volta che l’ho pensato, so solo che quando l’ho fatto ho sentito istantaneamente il bisogno di sedermi su una delle panche. Quel pensiero mi ha colpita in pieno. Forte, inarrestabile. Come la metro. Per distrarmi, quel giorno, ricordo di aver cominciato a osservare le persone che viaggiavano con me: trucco, capelli, atteggiamenti, calzini.

Calzini?

Calzini. Si capisce tutto di una persona solo guardandole i calzini. E ho visto le combinazioni più strane: scarpe rosse e calzino fucsia, calzini con le mucche, calzini leopardati tirati fino al polpaccio. Una sfilata assai discutibile. Ma, quel giorno, sono stati proprio un paio di calzini con stampati dei cactus a farmi sentire meglio. A farmi pensare che non c’è niente di totalmente perduto, dopotutto. Non so nemmeno perchè, ma mi hanno fatta sorridere. E nemmeno mi piacciono, i cactus.

Da allora ho cominciato a giocare, a immaginare la vita delle persone che viaggiano insieme a me. Certe volte me li immagino anche mentre fanno sesso. Immagino la loro vita a lavoro, la loro vita quando tornano a casa la sera. Davanti a una cena precotta e un televisore ronzante, oppure davanti a un pollo arrosto con patate e una famiglia. Con bambini urlanti, vecchi rincoglioniti o mogli assillanti. Tutti aggettivi politically scorrect, visto che in teoria si parla della propria famiglia. A volte mi chiedono se facciano uso di droghe, e mi chiedo che bagnoschiuma usino. Immagino la loro vita appena svegli, se è davvero come il Mulino Bianco o se come me mangiano uno yogurt per le scale col cucchiaio di plastica e gli occhi ancora chiusi. Le loro vite ispirano la mia. Mi spingono a scrivere, a immaginare, a staccarmi dal reale.

 

Penso spesso di buttarmi sulle rotaie.

Non fosse altro

che per il fatto

che detesto

dare fastidio.

 

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Poesiole #3

E scriverò per te,

per il tuo ricordo straziante

pochi versi dolenti

che tu non leggerai piú.

Ma a me staranno atroci

inchiodati nel cuore

per sempre.

(4 settembre 1927)

Cesare Pavese, “Tu sei per me creatura triste” in “Cesare Pavese, Le Poesie”

Il mestiere di scrivere

Per la serie “brevi domande di scarsa importanza”: cos’è per voi la scrittura? Magari per alcuni altro non è che un esercizio semplice, meccanico, spontaneo, asettico. Per me è un atto di libertà, un inno alla vita. Scrivo ogni giorno per ricordarmi di essere viva. O anche per ricordarmi e basta. Per non perdere nemmeno un granello del mio passato, nemmeno un dettaglio di tutti gli intrecci di sguardi intessuti anche con sconosciuti. E, allo stesso modo, scrivo per dimenticare. Per me scrivere è sfogliare la propria anima, come fosse composta da pagine. È camminare sotto un temporale estivo rinfrescante senza ombrello. È quel panino al salame che ti riempie di brufoli. È scendere in cantina con tuo fratello, e automaticamente sapere che non c’è nessun mostro. È il cioccolatino che la nonna ti mette in tasca quando vai a trovarla. È guardare giù dalla cima di una torre. È la sensazione della sabbia tra le dita il primo giorno di mare. È il formaggio filante nei toast. È la stella cadente che ho visto anni fa con mio nonno in montagna. È il profumo che c’è in casa quando mamma fa la torta. È un viaggio nello spazio, senza spostarsi. È il mio luogo sicuro. È scendere le scale al buio senza cadere. È l’odore di un libro appena comprato. È il pesco che fiorisce ogni primavera in giardino. È il fare le fusa della mia gatta. È un bacio alla stazione. È mio papà, che è un poeta ed è a lui che devo tutto. Da bambina mi avvicinò a questo mondo: semplicemente mi mise in mano una penna. L’ho stretta come fosse la mia ancora, il mio salvagente. Da allora non l’ho più lasciata. Scrivo ogni giorno per imparare a non smettere mai di stupirmi. Scrivo ogni giorno perché è l’unica cosa che so fare. Scrivo ogni giorno per non perdere me stessa, non perdermi per strada. Scrivo perché la forza contenuta nelle parole è quel che di più potente esiste a questo mondo. Scrivo perché cerco la poesia nelle cose, anche le più piccole. La cerco nel mondo.

Una volta qualcuno mi disse che il mio sangue era inchiostro, la mia pelle carta bianca. Credo avesse ragione.