Brevi storie di poco conto #7

“I don’t know what I’m supposed to do, haunted by the ghost of you.”

(Lord Huron, “The Night We Met”)

 

Il mio vuoto ha la tua forma.

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Respiri

“Vieni qui, ti voglio ancora.”

(Io?Drama, “Musabella”)

 

Scrivo per liberarmi di tutto ciò che mi fa male, per alleggerirmi. E per ricordarmi di essere sopravvissuta.

Soprattutto, di essere sopravvissuta a te.

Io ti sopravvivo.

Lo faccio ogni volta che mi guardi, ogni volta che ti avvicini, ogni volta che mi tocchi, ogni volta che sussurri, ogni volta che il tuo profumo riempie i pori della mia pelle come un gatto che si acciambella in poltrona.

Ti sono sopravvisuta a ogni litigio, a ogni “non voglio sentirti mai più”, a ogni frase urlata con odio, a ogni parola volutamente velenosa, a ogni “no” detto con rabbia, a ogni volta che mi sono sentita inadeguata, mai abbastanza. Come parlassi una lingua diversa dalla tua, come non facessi altro che dire la cosa sbagliata.

Ti sono sopravvissuta quella volta, in macchina. Quando mi hai tolto la terra da sotto ai piedi, quando hai fracassato la mia corazza lasciandomi inerme, in mille pezzi.

“E se io l’avessi trovato?”

“Cosa?”

“Il tuo blog. Se io avessi trovato il tuo blog?”

Quando mi è parso di essere stata colpita con inaudita violenza in pieno petto e ho avuto solo voglia di stendermi e smettere di respirare, di immergermi nella vasca piena d’acqua e guardare il soffitto, di rannicchiarmi, piangere e urlare senza fermarmi più. Mai più.

“Che dirti… Non fa niente, immagino.”

Sono sopravvissuta anche alle mie bugie.

Sono sopravvisuta al primo bacio che mi hai dato, e ancor di più a tutti quelli che non mi hai dato.

Sono sopravvissuta a quegli infiniti attimi di indecisione, alla luce sul fondo dei tuoi occhi, alle tue dita funambole sul dorso della mia mano.

 

E che ne sia valsa la pena -di sopportare, di sopravvivere- ne sono sicura.

Ne ho la prova:

sei tu, che respiri profondamente

addormentato

mentre mi stringi la mano

al mio fianco nel letto.

 

Equilibrio

“La mia casa dimora nei tuoi occhi. Ovunque ti volti ci sono stati i nostri corpi anche senza di te […] La mia casa dimora tra le tue braccia. In qualunque battaglia questa mia faccia stanca sa tornare da te.”

(L’Orso, “Post-It”)

 

Infinito

è il tempo che serve alle mie dita

per inseguire la tua pelle.

Per imparare a memoria il profilo del tuo naso,

e delle tue labbra;

per imparare a memoria tutte le stelle, i pianeti, gli spigoli, i nei

e gli errori

che ti compongono.

 

Infinito

è il tempo che mi serve per galleggiare nei tuoi occhi,

annegare

e cercare appiglio nelle tue iridi.

 

Infinito

è il tempo che serve al tuo profumo, gatto sornione, per acciambellarsi in ogni poro della mia pelle come fosse una comoda poltrona.

È il tempo che serve a me per ritrovarti,

e per rendere il mondo solo un misero punto da lasciare indietro.

 

Infinito

è il tempo che ci serve per scomporci, farci a pezzi.

Dilaniarci, farci mosaico composto da innumerevoli piccole schegge.

È il tempo che ci serve per urlarci addosso le cose peggiori,

esagerare

e graffiarci la pelle, i sogni,

i desideri.

 

Infinito

è il tempo che serve per prenderci per mano

per prendere ago e filo

e cucire insieme i frammenti di noi che abbiamo sparpagliato per la stanza,

per inventare nuove versioni di noi stessi.

Per ricominciare da capo, partire da zero.

Per baciarci al buio.

 

Infinito

è il silenzio.

Inutili, le parole.

 

E poi,

io non sono Leopardi.

 

Infinito.

Tu,

io.

 

Inutile emettere suoni: ci pensano i nostri occhi in tempesta

ad annegare le nostre anime.

 

E tutto appare chiaro,

limpido.

Irreversibile.

 

Tu, ed io

 

siamo solo un puzzle composto distrattamente.

Siamo un origami stropicciato:

tu

sei la mia libellula di carta velina.

 

Ed io sono equilibrista

vestita di insicurezze

cristallizzata in una emozione.

Paralizzata nello spazio che separa le nostre labbra

sottile

come un ago.

Sono in bilico

sul filo dell’amore.

 

Ho me stessa

come spettatore.

Penna

“E se ti parlo con il cuore chiuso rispondi tanto per fare. E se mi metto davvero a nudo dici che ho sempre voglia di scopare.”

(Calcutta, “Orgasmo”)

 

Prendo la penna

e racchiudo il mondo in poche gocce d’inchiostro.

Pochi segni, ed io racchiudo il mondo. Il suo silenzio, il suo caos, il suono del vento, il rumore della pioggia sulla grondaia, il pelo morbido del mio gatto, le caramelle al limone, le stelle, la luna, l’universo e tutto quanto in sparute, sbilenche righe.

Prendo la penna

e racchiudo il mondo, e la mia tristezza. La mia solitudine, la mia faccia tosta, la mia risata fastidiosa, i miei vizi, i miei ricci, i miei pregi, i miei nei, le mie lacrime, le mie voglie, i miei silenzi, il mio sguardo che tutto capta, e la mia miopia in lettere sottili cucite insieme da un filo di china.

Prendo la penna

e compongo il mondo, come fosse solo un insieme di fili a cui dare un senso. E domo le mie paure, le mie inquietudini, la mia rabbia, la mia paranoia. La mia “voglia di crepare”, il mio costante senso di inadeguatezza, il mio horror vacui, le mie insensate fobie.

Prendo la penna

e tiro i dadi, tiro i fili,

tiro a sorte.

 

Prendo la penna

e rendo la mia anima

cartacea.

 

Io 

sono di carta.

 

Prendo la penna

e racchiudo il mondo in poche gocce d’inchiostro,

e racchiudo

la vita.

 

Ma mi raggiunge rapida, bruciante, la consapevolezza

che tutto l’inchiostro del mondo

non basterà mai.

 

Che tutto l’inchiostro del mondo

non mi basterà mai

per descrivere,

per racchiudere

te.

E adesso?

“The world around us is burning but we’re so cold.”

(Twenty One Pilots, “Fairly Local)

 

È l’ennesimo giorno come tanti: scorre lento, e sempre uguale. Mi sento come un moscerino intrappolato nel miele. È una di quelle giornate in cui sono seduto a fissare il bicchiere davanti a me. E mi chiedo perché si svuoti così in fretta.

Una di quelle giornate.

Giornate intere trascorse a cercare la verità sul fondo di troppi bicchieri. Giornate intere a usarli come specchio, a pensare che quell’immagine deformata e mostruosa mi rispecchiasse perfettamente. Giornate intere a darmi il tormento, a riempirmi di domande a cui non ho mai saputo rispondere.

Cosa mi è successo? Cosa ci è successo?

Cosa ci siamo fatti?

Giornate intere a giocare col bordo del bicchiere, a sentire le tempie pulsare, a interrogare la bottiglia, lo specchio, la luna. È stato il desiderio, maledizione della vita, a fottermi. Lo so.

Io lo so.

Dentro ogni cosa vedevo solo la mia fame. È stato l’egoismo a fottermi.

Giornate intere a chiedermi perché. Perché tutto questo. Perché la vita ci fotte tutti. Perché amo così tanto la solitudine, perché ho malessere nello stare con le persone. Perché, più sono solo, e più sono in pace con me stesso.

 

“Hai mai pensato di essere tu il problema?” 

– … Cosa?

“Hai mai pensato  di non amare la solitudine ma di essere costretto ad amarla? Hai forse alternative? Hai mai pensato che è una conseguenza? Hai mai pensato che, in realtà, è una condanna? La tua condanna? Hai mai pensato che se sei solo è per causa tua? Che la solitudine è la tua punizione? Che te la sei procurata? Hai mai pensato di non riuscire a trovare risposta ai tuoi problemi perché, in realtà, il problema sei tu? Che il creatore dei tuoi disastri sei proprio tu?”

– No… No, ti sbagli. Non è così. È una mia scelta

“Hai mai avuto scelta?”

La tua voce è stridula. Chi sei?

“La paura. Hai bevuto così tanto che adesso riesci a sentirmi.”

– Ma io non voglio ascoltarti. Tu non esisti.

“Non puoi evitarlo, hai passato la vita cercando di sfuggirmi. Ora che finalmente ti ho preso, di certo non ti lascio andare. Se non esisto, perché ti trema la mano? Sei la mia preda, ed io ho un’incredibile fame.”

– Hai un ghigno davvero orribile, te lo devo proprio dire.

“Cos’è, ti faccio forse… paura?”

 

“Hai mai pensato che se sei solo è perché non è una tua scelta, ma una scelta degli altri? Che nessuno ti vuole? Che nessuno ti ha mai voluto? Che non sei altro che un errore?”

– No, non è vero. Non c’è niente di vero… Chi sei?

“La paranoia”

– No. Taci.

“Cominciavo a star stretta in quello spazio angusto che mi hai riservato nella tua testa, sai…”

– Taci, ho detto.

“Hai sempre fallito, in ogni cosa. Sei una delusione per tutti quelli che in te ci hanno creduto. Poveri illusi, non è vero? Hai mai pensato che la scelta più ovvia sarebbe morire? Ti assicuro che è semplice, non sentirai quasi nulla. C’è molto traffico nella tua testa,  non ti piacerebbe fermarlo? Ti fa male, lo so, vedo come ti premi le tempie. Hai mai pensato a quanto starebbero tutti meglio senza di te? Nessuno ti ama, nessuno ti vuole. Tu porti solo altri guai.”

 

“Hai mai pensato che tutto il dolore che provi sia giusto? Che sia la tua necessaria punizione? Hai mai pensato a tutto il male che hai fatto agli altri? A tua madre, ai tuoi amici, a lei. Ti amava così tanto.”

– Lei non c’entra niente con me, non nominarla. Chi sei?

“Il senso di colpa.”

– No, ti prego, tu no. Tu no.

“La nomino eccome, invece. Hai mai pensato a tutte le cose orribili che le hai vomitato addosso? Se le meritava? Che colpe aveva? Hai mai pensato alla sua voce rotta nel telefono? Hai pensato che fosse solo a causa tua, nonostante negasse? Hai mai pensato che lo facesse solo per farti stare meglio?”

– Ti prego, lei no.

“Non hai mai voluto darmi ascolto, non hai mai chiesto scusa a nessuno di loro. Tu e il tuo cazzo di orgoglio. Sei un arrogante. Eppure ti amavano.”

– Basta, ti prego.

“E quando hai fatto piangere tua madre? Quante volte, vero? Povera donna, che colpa ne ha se ha messo al mondo uno come te? Sei un’anomalia nelle vite di tutti, porti solo dolore. Non hai mai lasciato che ti amassero. Li hai distrutti tutti, uno per uno. A cosa ti servono quelle lacrime adesso? Non credi sia un po’ tardi?”

 

Un urlo, uno scoppio di vetri. Mi piovono intorno come coriandoli.

 

“Vedi? È sempre così che ti comporti. Rompi le cose quando non sai come gestire la situazione. Le cose, o le persone. Non sei mai riuscito a gestirmi.”

– E tu, tu chi sei adesso?

“La tua rabbia.”

– Ti prego, almeno tu, sta’ zitta.

“Ti ho appena fatto scagliare un bicchiere contro la parete, non hai mai saputo come farmi tacere. Sei sempre stato un violento, io ti ho sempre avuto in pugno. Hai mai pensato che è per questo che sei solo? Che è per questo che non sei mai riuscito a creare un rapporto umano con nessuno? Che è per me che non sei mai stato capace di amare?”

– Basta.

 

Basta.

Basta, vi prego.

Voglio che tutto si fermi.

Voglio spegnere l’interruttore.

Ditemi solo come fare, ditemi che non farà male.

 

“Non credi che di meritarlo, il dolore, almeno un po’? Dopo tutto quello che hai fatto a chi ti amava? “

“Sarà veloce, sarà davvero veloce. Starai molto meglio, dopo.”

“Quella scheggia può andar bene.”

 

“Ora premi, premi qui

premi forte.”

 

E adesso? Si macchierà tutto il pavimento, mamma si arrabbierà moltissimo…

“Con tutte le volte che le hai dato un dispiacere? Le avrai fatto solo un favore, credimi.”

 

Ho freddo, la testa è pesante. Non riesco a piegare le dita.

“È come essere molto stanchi. Senti questo torpore? Ti stai addormentando.”

 

E adesso?

“La vita è una puttana, e che puttana… ha fottuto perfino te.”

– E tu? La tua voce è diversa, chi sei?

“La morte.”

– Il pavimento è un casino, vero?

“Che ti aspettavi? Non hai fatto un lavoro pulito. Avresti potuto bere detersivo, stringere una corda intorno al collo. Ma no, tu devi sempre fare così… Guardati, guarda che casino: sembri un burattino a cui hanno tagliato i fili. Buttato in un angolo, con i polsi squarciati e gli occhi vuoti.”

– Disastroso.

“Scenografico, impressionante. Sei il mio capolavoro, non avrei saputo fare di meglio. Sei stanco?”

– Sì…

da morire.

“Vieni, tra le mie braccia c’è spazio. Sei comodo?”

– Mai stato così comodo prima.

 

E adesso?

E adesso?

E adesso?

 

“Perché le tue mani sono appiccicose? È sangue? Perché non smette di scorrere?”

– Chi sei?

“Il panico.”

– Cosa vuoi da me?

“Aprirti gli occhi. Ma ormai non vedi più, che te lo dico a fare… Non so neanche perché sono qui, sei un involucro vuoto. Il mio lavoro qui è inutile, non posso nemmeno farti venire le palpitazioni. Il tuo cuore è un ciottolo sul fondo di un fiume, ormai. Qualcuno avrebbe potuto capirti, se solo prima ne avessi parlato. Sai? Perché devi sempre fare questi colpi di testa?”

No, aspetta, ho capito.

Aspetta. Aspetta.

Ho cambiato idea.

Posso mettere tutto apposto, ho capito come devo fare.

 

Come si torna indietro?

Come si ferma questo sangue? Perché continua ad uscire?

Perché sembra catrame?

Perché fa così freddo?

 

“Non credi di essere in ritardo?”

– Chi sei?

“Il rimorso.  Hai anche tu questa terribile sensazione? “

– Che sensazione?

“La sensazione di aver fatto un errore madornale? Uno di quelli che sai di non poter risolvere?”

– Come lo sai? Come posso uscirne?

“Dieci minuti fa saresti stato ancora in tempo, se solo mi avessi chiamato prima… Avresti potuto afferrare il telefono, e risolvere tutto. O almeno provarci. Tu e il tuo tempismo del cazzo. Se solo…”

 

Dimmi cosa devo fare.

Ti prego, dimmelo.

Ti prego.

 

Perchè questo silenzio?

Dove sei finito?

Dove siete tutti?

 

 

E adesso?

Fame

“E aspetto in piedi sulla riva del fiume che mi passi la sete, che mi passi davanti tu.”

(DiscoMostro, “Ascensore”)

 

Ti guardo, e tu altro non sei che un impietoso ritratto del mio istinto.

Di quella parte dell’istinto più bassa e feroce

fatta di morsi, graffi, lividi, sangue, sesso.

 

Mi vedo riflessa nei tuoi occhi,

e mi sento più simile a un animale che a un essere umano.

 

E sono affamata,

affamata da morire.

 

E l’unica cosa che voglio è il tuo cuore.

Voglio mangiarlo pezzo per pezzo su un piatto di ceramica bianca,

il suo sangue a impregnare le mie labbra anemiche.

Come hai fatto tu col mio, mentre io stavo a guardare

paralizzata.

 

Ti guardo negli occhi

e dentro ci vedo solo la mia fame.

 

Le mie vene pulsanti,

il fuoco nel fondo della gola.

L’urlo incastrato tra i denti,

il respiro caldo che fonde i polmoni.

Le unghie conficcate nei muscoli,

il tremito dei tendini.

Il desiderio che tende la mia pelle, che distrugge i miei nervi, che dilania i tessuti.

 

 

Placa la mia fame,

 

baciami.

Baci

“The promises we made were not enough . The prayers that we had prayed were like a drug . The secrets that we sold were never known . The love we had, we had to let it go.”

(“Hurricane”, 30 Second To Mars)

 

La tua bocca io me le ricordo bene, e mi ricordo la forma delle tue labbra.

Rosee, delicate, sottili.

Due piccole lame sporche di sangue, marchio a fuoco sulle mie.

In un tuo bacio io andavo in pezzi: milioni di schegge che si ricomponevano per poi sfaldarsi di nuovo. Ero una sopernova in esplosione, fiore che sboccia e che muore.

Ed io, che mi chiedo il senso di tutto, riuscivo a non pensare stando tra le tue labbra. Nessuno di quei baci aveva un senso, se non quello d’esser dato per amore. Ripetevo il tuo nome, cercando di replicare i tuoi baci. E d’un tratto ci innamorammo, profondamente, intimamente, in modo impacciato. Ci innamorammo come chi non ha ben capito cosa sta succedendo, e non sa bene come comportarsi. E non avevamo speranze, bisogna dirlo, troppa era la frenesia, troppo l’ardore. Saremmo bruciati in fretta, come fiammiferi. Come fili di paglia. Ma luminosi quanto un petardo nel cuore della notte.

E invece mi sbagliavo.

Noi eravamo, per incastro, eterni.

 

Siamo, per incastro, eterni.

Per quanto la cosa possa darmi fastidio. Eternamente persi, eternamente in cerca, eternamente collegati.

 

Sapessi quanta fatica faccio per non baciarti,

per non baciarti più.

 

E ti odio, ti odio perchè nella mia vita sei arrivato in anticipo. Perchè hai un tempismo di merda, e ce l’ho anch’io.

Siamo due parole per sempre separate da una virgola.

 

E poi odio la tua bocca, che mi ha fatta sentire così bene.

E odio i tuoi occhi, appesi al mio soffitto, che mi guardano ogni mattina.

 

Ma soprattutto, odio i baci

quei baci

 

 

che tu non mi dai più.