Brevi storie di poco conto #7

“I don’t know what I’m supposed to do, haunted by the ghost of you.”

(Lord Huron, “The Night We Met”)

 

Il mio vuoto ha la tua forma.

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Respiri

“Vieni qui, ti voglio ancora.”

(Io?Drama, “Musabella”)

 

Scrivo per liberarmi di tutto ciò che mi fa male, per alleggerirmi. E per ricordarmi di essere sopravvissuta.

Soprattutto, di essere sopravvissuta a te.

Io ti sopravvivo.

Lo faccio ogni volta che mi guardi, ogni volta che ti avvicini, ogni volta che mi tocchi, ogni volta che sussurri, ogni volta che il tuo profumo riempie i pori della mia pelle come un gatto che si acciambella in poltrona.

Ti sono sopravvisuta a ogni litigio, a ogni “non voglio sentirti mai più”, a ogni frase urlata con odio, a ogni parola volutamente velenosa, a ogni “no” detto con rabbia, a ogni volta che mi sono sentita inadeguata, mai abbastanza. Come parlassi una lingua diversa dalla tua, come non facessi altro che dire la cosa sbagliata.

Ti sono sopravvissuta quella volta, in macchina. Quando mi hai tolto la terra da sotto ai piedi, quando hai fracassato la mia corazza lasciandomi inerme, in mille pezzi.

“E se io l’avessi trovato?”

“Cosa?”

“Il tuo blog. Se io avessi trovato il tuo blog?”

Quando mi è parso di essere stata colpita con inaudita violenza in pieno petto e ho avuto solo voglia di stendermi e smettere di respirare, di immergermi nella vasca piena d’acqua e guardare il soffitto, di rannicchiarmi, piangere e urlare senza fermarmi più. Mai più.

“Che dirti… Non fa niente, immagino.”

Sono sopravvissuta anche alle mie bugie.

Sono sopravvisuta al primo bacio che mi hai dato, e ancor di più a tutti quelli che non mi hai dato.

Sono sopravvissuta a quegli infiniti attimi di indecisione, alla luce sul fondo dei tuoi occhi, alle tue dita funambole sul dorso della mia mano.

 

E che ne sia valsa la pena -di sopportare, di sopravvivere- ne sono sicura.

Ne ho la prova:

sei tu, che respiri profondamente

addormentato

mentre mi stringi la mano

al mio fianco nel letto.

 

M3

“When I arrive, will you come and find me?”

(Thom Yorke, “Suspirium”)

[Piccola, ma necessaria, premessa: il testo che segue è un esperimento di finzione letteraria, per provare ad esplorare anche altri generi. So don’t panic!]

Prendo spesso la metropolitana.

Tutte le mattine, per andare all’università. A Milano. Quella gialla. La M3. Non quella figa senza conducente, tutta nuova e tirata a lucido: la lilla, la M5. No, io prendo una delle più vecchie. E quando arriva sposta una massa d’aria talmente grande da provocare un vento fortissimo. Ragion per cui in mentro non ci vado mai con i capelli legati, ma li lego una volta salita sul vagone: tutto quel vento mi distruggerebbe l’acconciatura.

Non che me ne importi. Ci metto circa 40 minuti per arrivare a destinazione, ho tutto il tempo per risistemarmi i capelli fuggiti dall’elastico. Ho anche tempo a sufficienza per dormire, se ho sonno.

In realtà mi piace tutto quel vento che arriva dal tunnel. Il rumore della frenata. Il gran numero di persone che sale e scende. I violinisti che suonano passeggiando da un vagone all’altro. Il suono del passaggio sulle rotaie. L’ondeggiamento a ogni cambio di binario, a ogni minima curva, a ogni frenata. Quelli che non trovano un appiglio in tempo e saltellano cercando di ritrovare l’equilibrio.

Generalmente, mi piace.

 

Quando non penso di buttarmi sulle rotaie, dritta sotto il treno, mi piace. 

 

Le fisso spesso, le rotaie. Mi metto nei punti più lontani della banchina, lontani dalla calca. La scusa ufficiale che mi racconto è che così riesco a salire in vagoni generalmente quasi vuoti, e a trovare posto a sedere di conseguenza. La verità è che mi piace guardare la metro arrivare a tutta velocità. E pensare che, quando è tutto troppo, basterebbe soltanto un passo.

Un passo.

Se non fosse che detesto profondamente creare problemi, dare fastidio. E se mi buttassi, bloccherei tutta la linea. Farei arrivare in ritardo le persone a lavoro, danneggerei la metro, manderei in terapia il conducente. Le persone penserebbero “ci mancava solo un altro disgraziato sui binari, farò tardi un’altra volta”. Lo so perchè è lo stesso pensiero che elaboro io, quando sono sul vagone, in viaggio, e qualcuno si butta tra i binari. Tutti, tutti mi odierebbero. E io non ne ho bisogno. Sarebbe un completo disastro, su tutti i fronti.

Penso spesso di buttarmi sulle rotaie.

Far finta di inciampare, e scivolare giù dalla banchina. Probabilmente non sentirei niente, per quanto è veloce la metro al suo arrivo.

Non fosse altro che per il fatto che detesto dare fastidio.

Ma certi giorni ho bisogno di non sentire più nulla, e più nessuno. Mi sento inconsolabile. Non esiste frase, parola, singola sillaba che possa farmi tornare a stare bene. Perchè mi sento così? vi starete chiedendo. Genetica, suppongo. Forse ho ereditato una particolare sensibilità al mondo e ai suoi meccanismi. Forse sono soltanto strana, e noto cose che nessun altro nota. Cose totalmente inutili, che poi mi fanno star male.

Non ricordo la prima volta che l’ho pensato, so solo che quando l’ho fatto ho sentito istantaneamente il bisogno di sedermi su una delle panche. Quel pensiero mi ha colpita in pieno. Forte, inarrestabile. Come la metro. Per distrarmi, quel giorno, ricordo di aver cominciato a osservare le persone che viaggiavano con me: trucco, capelli, atteggiamenti, calzini.

Calzini?

Calzini. Si capisce tutto di una persona solo guardandole i calzini. E ho visto le combinazioni più strane: scarpe rosse e calzino fucsia, calzini con le mucche, calzini leopardati tirati fino al polpaccio. Una sfilata assai discutibile. Ma, quel giorno, sono stati proprio un paio di calzini con stampati dei cactus a farmi sentire meglio. A farmi pensare che non c’è niente di totalmente perduto, dopotutto. Non so nemmeno perchè, ma mi hanno fatta sorridere. E nemmeno mi piacciono, i cactus.

Da allora ho cominciato a giocare, a immaginare la vita delle persone che viaggiano insieme a me. Certe volte me li immagino anche mentre fanno sesso. Immagino la loro vita a lavoro, la loro vita quando tornano a casa la sera. Davanti a una cena precotta e un televisore ronzante, oppure davanti a un pollo arrosto con patate e una famiglia. Con bambini urlanti, vecchi rincoglioniti o mogli assillanti. Tutti aggettivi politically scorrect, visto che in teoria si parla della propria famiglia. A volte mi chiedono se facciano uso di droghe, e mi chiedo che bagnoschiuma usino. Immagino la loro vita appena svegli, se è davvero come il Mulino Bianco o se come me mangiano uno yogurt per le scale col cucchiaio di plastica e gli occhi ancora chiusi. Le loro vite ispirano la mia. Mi spingono a scrivere, a immaginare, a staccarmi dal reale.

 

Penso spesso di buttarmi sulle rotaie.

Non fosse altro

che per il fatto

che detesto

dare fastidio.

 

Cuore

“Quanto dobbiamo soffrire prima di un po’ d’amore?”

(Frah Quintale, “Missili”)

 

Il mio cuore è incastrato tra inutili cose.

Lo dimentico in giro, come si fa con un ombrello. O un mazzo di chiavi.

Oppure è lui che mi sfugge, un bambino disubbidiente.

 

Potessi strapparmelo via dal petto e gettarlo via, lontano

lo farei.

Potessi strapparmelo via dal petto e annegarlo

lo farei.

Potessi strapparmelo via dal petto e non sentire, non provare più niente

lo farei.

 

Potessi,

lo farei.

 

Il mio cuore è un ombrello.

Ci piove sopra, ma non è acqua quella che cade. Non sono gocce. Sono voci, visi, parole, ricordi, assenze, sguardi, odori. E scavano. Aprono fosse, gole profonde e insaziabili. Vorrei si aprisse per proteggermi, per ripararmi come i veri ombrelli fanno con la pioggia. Ma credo sia difettoso, forse addirittura rotto.

Perchè invece s’impregna. Come una spugna.

E mi costringe a portare con me ogni cosa, ogni dettaglio, ogni sassolino che s’incastra sotto la suola. Mi costringe a zoppicare.

 

Il mio cuore è una scarpa.

Ed io

sono il terreno.

Mi schiaccia, mi calpesta, salta e corre su di me.

Non ho potere, io sono inerme.

E mi lascio schiacciare, perchè non conosco alternative.

 

Il mio cuore è un sasso.

Pesa, dentro il petto. Sprofonda, come poggiato su un cuscino. Costringe il mio sterno a trascinarsi in alto, stancamente, con fatica. Sisifo e la collina. E poi, lo fa ripiombare giù. Blocca il mio respiro, come fosse una conduttura d’aria. Mi tiene inchiodata in basso. Ed io vorrei solo recidere tutti i fili.

Sisifo e il suo masso.

Io e il mio cuore.

 

Me ne libererei volentieri.

Potessi,

lo farei.

 

È ingombrante, e s’incastra dappertutto.

Nei vicoli, nel cioccolato e nel caffè, sulle guglie delle cattedrali, nei libri, nelle vetrine d’antiquariato, nel rumore delle onde, nelle ante dei frigoriferi nuovi, nelle luci colorate, nell’odore del pane, nel sapore dei biscotti.

Nei suoi occhi.

Tira e basta quando s’incastra, no? verrebbe da pensare.

Tira e basta.

 

Non sarebbe un problema andarmene in giro con un buco nel petto, in effetti. Reciderei volentieri ogni singolo filo, ogni singola fibra che forma l’intreccio e mi tiene incastrata. Ma non sono molto brava a sopportare il dolore.

Vorrei tanto sapere cosa si prova

ad essere senza cuore

e finalmente dormire.

Ad andare ovunque

senza lasciarlo in giro

e senza soffrirne la mancanza.

Vorrei tanto sapere cosa di prova

a non innamorarsi di niente, e di nessuno

mai e poi mai.

Vorrei tanto sapere

cosa si prova

ad essere liberi.

 

Il mio cuore è un viaggiatore.

Il mio cuore è ovunque.

 

Sono io a non essere presente.

Autopsicografia

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.

(F. Pessoa, da “Una sola moltitudine”)

Brevi storie di poco conto #6

“Non ci servono gli occhi per poterci guardare. E anche se sbaglio le strade poi ti trovo lo stesso, senza navigatore.”

(Frah Quintale, “Missili”)

Ti guardo dormire, con la testa rivolta completamente da un lato.

Mi domando sempre se non sia scomoda, come posizione. Se quando ti svegli poi non hai il torcicollo.

Ti guardo dormire.

Penso che vorrei sussurrarti all’orecchio poesie composte da mille parole,

o da una soltanto.

Penso che vorrei scriverti addosso tutto il mio amore, tra un neo e l’altro.

Tra le costellazioni che ti compongono.

Riversartelo addosso come fossi la risacca del mare

e tu,

la battigia.

 

Eppure,

tutte le parole che vorrei dire rimangono distese sulle mie labbra.

 

Tu

sei tutti i silenzi

che mi hanno fatto venire

il mal di gola.

 

Equilibrio

“La mia casa dimora nei tuoi occhi. Ovunque ti volti ci sono stati i nostri corpi anche senza di te […] La mia casa dimora tra le tue braccia. In qualunque battaglia questa mia faccia stanca sa tornare da te.”

(L’Orso, “Post-It”)

 

Infinito

è il tempo che serve alle mie dita

per inseguire la tua pelle.

Per imparare a memoria il profilo del tuo naso,

e delle tue labbra;

per imparare a memoria tutte le stelle, i pianeti, gli spigoli, i nei

e gli errori

che ti compongono.

 

Infinito

è il tempo che mi serve per galleggiare nei tuoi occhi,

annegare

e cercare appiglio nelle tue iridi.

 

Infinito

è il tempo che serve al tuo profumo, gatto sornione, per acciambellarsi in ogni poro della mia pelle come fosse una comoda poltrona.

È il tempo che serve a me per ritrovarti,

e per rendere il mondo solo un misero punto da lasciare indietro.

 

Infinito

è il tempo che ci serve per scomporci, farci a pezzi.

Dilaniarci, farci mosaico composto da innumerevoli piccole schegge.

È il tempo che ci serve per urlarci addosso le cose peggiori,

esagerare

e graffiarci la pelle, i sogni,

i desideri.

 

Infinito

è il tempo che serve per prenderci per mano

per prendere ago e filo

e cucire insieme i frammenti di noi che abbiamo sparpagliato per la stanza,

per inventare nuove versioni di noi stessi.

Per ricominciare da capo, partire da zero.

Per baciarci al buio.

 

Infinito

è il silenzio.

Inutili, le parole.

 

E poi,

io non sono Leopardi.

 

Infinito.

Tu,

io.

 

Inutile emettere suoni: ci pensano i nostri occhi in tempesta

ad annegare le nostre anime.

 

E tutto appare chiaro,

limpido.

Irreversibile.

 

Tu, ed io

 

siamo solo un puzzle composto distrattamente.

Siamo un origami stropicciato:

tu

sei la mia libellula di carta velina.

 

Ed io sono equilibrista

vestita di insicurezze

cristallizzata in una emozione.

Paralizzata nello spazio che separa le nostre labbra

sottile

come un ago.

Sono in bilico

sul filo dell’amore.

 

Ho me stessa

come spettatore.