Capitolo IV: Partenza

(capitolo III: qui)

“Partito?” chiesi. Ci vuole una buona dose di coraggio per partire da soli, a maggior ragione se si è ciechi… E anche una massiccia dose di incoscienza.

“Che avevo da perdere, ragazzo? Tutto quello che potevo perdere l’avevo già perso, non avevo più nulla. E non ci sarebbe stato nessuno ad accogliermi, ad aspettarmi a casa al mio ritorno. Perciò sì, sono partito per raggiungerla… Per raggiungere quella voce. Mi sentivo spinto da una forza interiore, una sorta di inquietudine, una smania. Non saprei bene come definirla, ma era il motore che mi spinse a preparare lo zaino e partire.” Prese una manciata di noccioline dalla ciotola vicino al posa cenere: erano lì da tempo immemore, non potevo assicurare che non ci fosse perfino la polvere sopra. Quando capii che aveva intenzione di mangiarle, cercai di fermarlo: l’ultima cosa che volevo era un cadavere nel bar.

“Oh no, signore, non le man…” Ma era troppo tardi. Vidi la sua espressione di disgusto farsi sempre più marcata sul suo volto. “Cristo santo, ma che sono, scorie nucleari?”

“Un tempo erano noccioline…”

“Fa una cosa, portami un bicchiere d’acqua, devo togliere questo saporaccio dalla bocca.” L’acqua era forse una delle poche cose, in quel bar, che sapevo non fosse andata a male. Ma d’altronde, l’acqua non va a male, no? Perciò mi affrettai a portargliela. Dopo un lungo sorso continuò. “Sapevo da dove cominciare a la mia ricerca: ogni sera, a fine trasmissione, la giornalista comunicava agli ascoltatori l’argomento che avrebbe trattato il giorno dopo… e di conseguenza veniva fornita anche l’indicazione geografica precisa. Bingo, insomma. Sapevo che sarebbe stato difficile affrontare un’avventura del genere, soprattutto nelle mie condizioni… Ma non c’era nessuno a rompere le palle e a dirmi cose ovvie tipo “ma sei cieco, non puoi farlo”. So benissimo di essere cieco. Ma la cecità mi impedisce di vedere, non di viaggiare. È più difficile, maledettamente difficile ma non impossibile. E soprattutto, la cecità non mi priva della possibilità di provare sentimenti.” Fece un altro sorso e continuò. “È stato l’amore a spingermi, l’ho capito solo dopo. Era la prima volta che lo provavo. Tu ami qualcuno, ragazzo?” Il primo pensiero volò dritto su un paio di occhi nocciola e una miriade di lentiggini. “Si beh, ecco… una specie.” L’uomo sorrise. “Ha una potenza straordinaria, se lasci che ti travolga. E non importa quanto tu ti nasconda, non importa se stai provando a sfuggirgli… Ti troverà, ti raggiungerà sempre. Può spingerti a fare e a vivere esperienze davvero straordinarie, se glielo permetti. In quel periodo della mia vita non avevo più certezze, ma una non mi aveva ancora abbandonato: non potevo perderla, perdere quella voce. Non fu affatto facile trovarla, ma dovevo: era straordinaria, ogni volta riusciva a farmi vedere nitidamente i colori di ciò che stava descrivendo. Me li faceva rivedere e ricordare tutti, quando ormai stavano sbiadendo. È stato l’amore a dirmi di muovermi, di cercarla. E il mio medico non era d’accordo, chiaramente.” Si rigirò il bicchiere tra le mani, soprappensiero. “Era un uomo cinico, distaccato, freddo, meccanico. Fino all’ultimo ho pensato fosse un robot. Uno stronzo di proporzioni cosmiche. Sai, uno di quelli che deve per forza farti sentire inferiore… Uno di quelli che sa sempre tutto, tu devi solo stare zitto e ubbidire perché sei un povero ignorante. Disse che era rischioso, che lui lo considerava un “suicidio creativo”. Gli dissi che ero cieco, non stupido. Che sapevo a cosa andavo incontro, e soprattutto che stavo partendo perché volevo continuare a vivere perché ero lo stare chiuso in casa a rappresentare un rischio per me: una gabbia è sempre una gabbia, non importa com’è arredata. Insomma, alla fine si è arreso e mi ha detto di fare come accidenti mi pareva, cosa che non mi sono fatto ripetere due volte. Quella stessa sera preparai lo zaino e l’occorrente per la partenza, ma successe una cosa strana: suonò il telefono. Dico strana perché le telefonate erano sempre per mia moglie, e da quando se n’era andata il telefono era diventato un accessorio inutilizzato. Secondo te chi era?” Sapevo benissimo la risposta, poteva essere soltanto una persona ma quell’uomo era una scoperta continua perciò chiesi: “Non lo so, chi era?”

“Proprio lei, Susan. Riapparve dal nulla dopo essere sparita per due anni, senza darmi sue notizie o spedirmi un biglietto d’auguri per Natale. Non che me ne fregasse qualcosa,sia chiaro, ma giusto per darti un’idea. Non ci misi molto a fare due più due: il medico doveva averle detto qualcosa. E infatti nemmeno salutò quando risposi, mi attaccò subito chiedendomi cosa stessi facendo, se fossi per caso impazzito o meglio se mi fossi per caso bevuto il cervello, dove credevo di andare nelle mie condizioni… Non ci misi molto a liquidarla, le chiesi solo “scusa, ma a te che importa?” e visto che non sapeva cosa rispondere riattaccò. La coerenza non è mai stata il suo forte. Così la mattina dopo chiamai un taxi e mi feci portare all’aeroporto. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma sapevo di essere pronto.”

“Quindi dove andò?” chiesi.

“In un posto dove mi sono gelato il culo come mai prima: la Norvegia.”

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Capitolo III: Radio

(Capitolo II: lo trovate qui)

“Da quel momento in poi sono rimasto solo, e al buio. Dì un po’ ragazzo, non è che me lo porteresti un gin?”

“Oh… certamente.” Mi alzai frettolosamente e raggiunsi il bancone. Cercai il bicchiere meno sporco e lo riempii di gin, lo riportai al tavolo e tornai a sedermi. L’uomo fece un sorso. “Fa proprio schifo questo gin.” Disse. “Se vedesse com’è il resto del bar…”

“Ma non posso vederlo, e forse è meglio così, non trovi?” Rise, poi continuò: “Dov’ero rimasto? Ah, sì. Insomma, mia moglie se ne andò col suo amante, sono quasi certo che non aspettasse occasione migliore. Comunque, da allora sono rimasto solo e ho cominciato a imparare a fare le cose più elementari che per un non vedente sono complicate: vestirsi senza mettere tutto al contrario, aprire le lattine di tonno senza sventrarsi una mano, radersi, riempire d’acqua un bicchiere. Cose elementari appunto, ma fondamentali per un cieco che vive solo.” Fece un altro sorso tentando di reprimere, con scarsi risultati, un’espressione di disgusto: doveva essere veramente orrendo quel gin. “Fondamentalmente ho imparato a fare quelle cose per sopravvivere, in un secondo momento mi sono reso conto che stavo ricominciando da zero per distrarmi, per sfuggire all’apatia che ogni giorno di più s’impossessava di me. Poco tempo dopo, in un controllo medico di routine,  mi è stata diagnosticata una grave forma di depressione… Una di quelle per cui si prendono farmaci, sai. E il buio è diventato ancora più buio.” Seguì il bordo del bicchiere con le dita. “Se te lo stai chiedendo sì, ci ho pensato al suicidio. Più e più volte. Ma ho sempre ritenuto fosse una mancanza di rispetto verso l’uomo che mi ha salvato la vita tirandomi fuori dalle lamiere prima che finissi completamente arrosto. È stato l’unico motivo per cui non l’ho fatto, ma ci pensavo continuamente. La notte non riesci più a dormire per i dolori continui e gli incubi, ormai soffri di insonnia. Dormi solo poche ore, ti svegli la mattina e sei al buio, non vedi il sole che sorge. Tutto il resto della tua giornata, della tua vita, è al buio. Sei cieco, invalido. Non hai figli, non hai più una moglie, né un lavoro. Solo una grande casa vuota. Avresti resistito?” Non riuscivo nemmeno a pensarci. “No… no, signore.” Dissi. Lui allontanò da sé il bicchiere. “Appunto.” Disse. “Poi però, una mattina, qualcosa è cambiato. Mi piace pensare che sia stata una svolta.”

“Una svolta?” Chiesi. “Avevo una piccola radio, in cucina. Sai, la televisione ormai era inutile… Così ascoltavo musica e notizie. E pensare che non l’avevo mai usata prima. Una mattina, accendendola, mi sono accorto che quel dannato aggeggio aveva dei problemi: crepitii, interferenze varie… Insomma, non si sentiva niente. Cercai di recuperare la stazione che ascoltavo solitamente muovendo la manopola ma la situazione peggiorò. Allora mi misi a cercare un’altra stazione da ascoltare. È stato così che l’ho trovata.” Il suo tono di voce diventò più dolce, o forse fu solo una mia impressione. “Era una donna a parlare, non potevo vederla ma ero sicuro che doveva essere bellissima. Aveva una voce così dolce, calda e gentile che mi incantò, e mi fermai ad ascoltarla. Era una stazione radio indipendente, a scopo informativo e quella che parlava era una giornalista free-lance. In quel momento stava descrivendo le abitudini dei Caribù. Insomma, molto poco romantico ma mi incantai lo stesso ad ascoltarla. Rimasi sintonizzato tutto il giorno ad imparare cose sui Caribù e sulle caratteristiche climatiche del Nord America. Per farla breve, divenne il motivo per cui mi alzavo dal letto la mattina: raggiungevo la cucina e subito accendevo la radio. Ogni giorno trattava un argomento diverso, riguardante una diversa parte del mondo e mentre parlava sentivo in sottofondo il vento, o i versi degli animali. Fu così che capii che erano veri e propri viaggi quelli che lei faceva, non se ne stava chiusa in uno studio a leggere dei fogli.” Picchiettò con le dita sul tavolo. “Viaggiava per il mondo, insomma. Non avevo idea di chi fosse ma la sua voce, per me, divenne fondamentale. Quasi ne sentivo la mancanza, di notte. Iniziai a notare nei miglioramenti anche nel mio umore… Mi sentivo meno apatico, più motivato. Avevo uno scopo, qualcosa da fare e mi teneva compagnia per tutta la giornata. Avevo smesso di sentirmi tremendamente solo. Per me rappresentava una fonte di calore nel gelo più totale.” Incrociò le braccia. “Ti aspettavi che dicessi la luce in fondo al tunnel, vero?”

“Ecco, a dire il vero sì…”

“Troppo scontato, ragazzo. Lei era di più, molto di più. E soprattutto, io non mi ricordo più nemmeno che colore ha la luce. Sarebbe come paragonarla a una cosa inutile, mentre lei è stata il mio personale ritorno alla vita.” Quasi mi vergognai per aver pensato una cosa così banale e quasi offensiva, ma lui subito riprese: “Non mi sentivo così da tanti, tanti anni. Non molto tempo dopo mi accorsi di esserne innamorato: un amore mai provato prima, niente a che vedere con quello che avevo provato per la mia ex moglie.” Appoggiò il pacchetto di sigarette sul tavolo. “Così decisi di partire.”

Capitolo II: “Riguardati”

(Per chi se lo fosse perso, il capitolo I potete trovarlo qui)

“La strada era ghiacciata, una fottuta lastra scivolosa. Era uno di quei giorni in cui trasportavo maiali, e dovevo consegnarli il prima possibile perciò non ci pensai due volte a premere a fondo il pedale dell’acceleratore. Forse, invece, avrei dovuto. Mi tornarono in mente le parole di mia madre, anni prima, quando mi diceva di andare piano e fare attenzione.” Mi venne inspiegabilmente la pelle d’oca. Quel tizio poteva star benissimo raccontando solo montagne di cazzate, ma qualcosa in lui mi diceva il contrario. Si sbottonò i polsini della camicia e arrotolò le maniche fin sopra i gomiti, che appoggiò sul tavolo. “Un cervo mi tagliò la strada. Frenai, ma le gomme continuavano a scivolare sul ghiaccio senza fermarsi.  Ero in discesa, in prossimità di una curva… Stavo per sfracellarmi contro la parete rocciosa, e sapevo che sarebbe stato inevitabile ma sterzai ugualmente. Mi ribaltai, fu proprio quella parete a fermare la mia corsa.”

Mentre parlava notai che passava le dita su una lunga cicatrice che gli percorreva il braccio. “Rimasi incastrato tra le lamiere, completamente bloccato. Il santino che tenevo sopra il cruscotto era davanti a me, sull’asfalto, e si accartocciava tra le fiamme… Dimostrazione palese che lì Dio mi aveva voltato le spalle. Devo aver bestemmiato troppo alla guida, si sarà offeso.” Ridacchiò, ma poi tornò serio. “In bocca sentivo il sapore del ferro e della polvere. Vedevo rosso, dovevo avere una ferita alla testa che perdeva sangue facendolo scivolare direttamente sugli occhi. Tutto intorno a me era rosso. Il cielo era bianco, ma io lo vedevo rosso e rossa era anche la strada, invasa dal sangue dei maiali misto alla neve e a brandelli di carne. E Dio, quanto strillavano quelle bestie. Poco lontano da me c’era la testa di una di loro. Cazzo, se avessi potuto avrei vomitato pure l’anima… Mi pareva di essere finito all’inferno. In lontananza vidi il cervo, sul ciglio della strada, in piedi. “Fottuto cervo” pensai. Mi guardava, facendo tremare il naso. Quella è stata l’ultima cosa che ho visto, poi c’è stata l’esplosione.” Sospirò. “Quel cervo mi ha tormentato per anni, e a volte ancora adesso…” Silenzio. Avevo un groppo in gola: avrei di gran lunga preferito un comune delirio privo di senso di uno qualunque dei frequentatori del bar. Sarebbe stato una passeggiata, in confronto. Anche piuttosto noiosa.

“Mi sono risvegliato in un letto d’ospedale” proseguì. “Risvegliato per modo di dire, perché da quel momento in poi per me è stato sempre buio. Un’infermiera mi raccontò cos’era accaduto mentre mi cambiava una flebo: appena dopo l’esplosione passò per quella strada un uomo di un paese lì vicino, fu lui a chiamare i soccorsi e a tirarmi fuori dalle lamiere. Non ho mai avuto l’occasione di ringraziarlo, perché non ho mai saputo chi fosse.” Tirò fuori una sigaretta dal taschino e la accese. “Ne vuoi una?”

“Sì, grazie…” risposi, stordito. Me la porse. “Mh, i bravi ragazzi come te non dovrebbero avere questi brutti vizi…” disse sorridendo, mentre la accendevo. Poi continuò. “Comunque, il fuoco non si portò via solo i miei occhi. L’infermiera mi informò che l’esplosione si era mangiata anche un po’ della mia pelle.” Solo allora notai l’orrenda cicatrice che spuntava dal colletto della camicia. Non volli immaginare il resto e sperai che non me ne parlasse. Così fu. “E il fuoco si è portato via anche mia moglie. Poverina, ha fatto del suo meglio. Mi è stata accanto i primi mesi, si è presa cura di me ma con freddezza. Come certe infermiere ormai stanche del loro lavoro. Usciva ogni sera. Non le chiesi mai dove andasse e con chi, lo sapevo già. Non avevo bisogno di conferme che già avevo. Fu doloroso sapere che avevo ragione quando la sentii rientrare una delle tante volte e, credendo che dormissi, infilarsi nel letto con l’odore di un altro addosso. Forse non aveva fatto in tempo a farsi la doccia, chi lo sa.” Un po’ di cenere finì sul tavolo. In condizioni normali mi sarei incazzato, ma in quel momento decisi che non me ne fregava niente.

“E poi un giorno è venuta da me, a parlarmi. Un evento che aveva dello straordinario, visto che non mi parlava spontaneamente da mesi. Ero seduto in cucina, mi esercitavo a versare il caffè dalla moka alla tazzina evitando che finisse sul tavolo per poi a berlo senza rovesciarmelo addosso: un’impresa non da poco, per un cieco. Si sedette davanti a me, si era messa il suo profumo preferito e quelle scarpe col tacco che le piacevano tanto ma le facevano male. Me ne accorsi dal ritmo un po’ sbilenco che avevano i suoi passi. Cominciò col dirmi che per lei la situazione era diventata insostenibile. Per lei. Non la lasciai nemmeno continuare: le dissi che sapevo tutto, che non c’era bisogno di parlarne e che il bel discorsetto che si era preparata poteva benissimo metterselo lì dove non batte il sole.” Seguì i buchi sul tavolo provocati dalle tarme con le dita. “E secondo te che fece?” Mi chiese. Una mezza idea l’avevo, ma preferii chiedere. “Non ne ho idea, che fece?”

“Quello che fanno tutte le donne: si mise a piangere, a dire che le dispiaceva tanto. Io le dissi di non essere triste, ma felice. Almeno quanto lo ero io perché non potevo più vedere quella sua faccia da stronza.” Aspirò del fumo. ” Lo ammetto, sono stato crudele. Ma la rabbia che mi è salita in quel momento era bruciante. O forse erano solo le ustioni che mi davano fastidio, non lo so. Se n’è andata il giorno stesso. Prese solo le sue cose, mi lasciò la casa e i mobili. Un gesto magnanimo, o da chi ha coscienza sporca. Riguardati mi disse, chiudendosi la porta alle spalle. Non è più tornata.” Per un attimo sembrò perso nei suoi pensieri, con un’espressione quasi di tristezza… Ma poi: “Riguardati… Che frase del cazzo da dire a un cieco.” Disse.

(Continua…)

Capitolo I:”Ho una storia da raccontarti”

(Ciao a tutti! Ho deciso di cimentarmi in una nuova impresa: la scrittura di una storia a puntate. Una cosa totalmente nuova per me, che sono abituata a scrivere micro racconti. Consideratelo un po’ come un esperimento. Qui c’è il primissimo capitolo, spero vi piaccia… Buona lettura!)

Lavoro in uno squallido bar. Diciamo pure che fa schifo. Anzi, diciamo che è proprio un buco di culo. Buio, sudicio… non mi stupirei se lo indicassero come focolaio del colera. Ci provo a tenerlo pulito, ma lo sporco è secolare. Al proprietario non frega niente, e alla clientela anche meno. Clientela composta da vagabondi e vecchi ubriaconi, ricettacoli ambulanti di malattie veneree che non hanno idea di cosa sia il sapone e che spesso collassano a terra, sui tavoli o sul bancone.

Quel venerdì stavo pulendo il pavimento con uno straccio che sembrava aver visto giorni migliori. Pavimento abusivamente occupato da uno degli assidui frequentatori, naturalmente ubriaco. “Sam, che cazzo, alzati e vattene a casa.” Dissi. “Passi le tue giornate qui, non puoi anche dormirci.” Il tizio in questione si sollevò a fatica dal pavimento, lanciò qualche moneta sul tavolo bofonchiando e barcollando raggiunse l’uscita.

“E questo era l’ultimo” pensai, e continuai a strofinare il pavimento. Ne passò di tempo prima che mi accorgessi che il bar non era vuoto: c’era un uomo seduto in un angolo, sul fondo del locale, con lo sguardo completamente perso nel vuoto.

“Signore, siamo chiusi! Mi spiace, ma deve andarsene.” Come fosse sordo, si accese una sigaretta. Mi avvicinai. “Signore? Mi scusi ma siamo chiu…”

“Siediti, ragazzo” disse, e allontanò la sedia accanto a sé con un piede. “Ho una storia da raccontarti.”

“Ecco, un altro ubriaco visionario…” pensai. “Senta, sul serio. Non ho tempo per sentire sproloqui sul senso della vita, su sua moglie che l’ha lasciata, sull’apocalisse, su Dio o che ne so io…”

“Dio?” chiese, e sorrise beffardo “Dio non esiste, e io non esisto per lui. Perché dovrei volerne parlare?” Ancora lo sguardo perso nel vuoto. Gli sventolai la mano davanti alla faccia e mi irrigidii.

Era cieco.

“Smettila, mi fai vento” disse, tranquillo. “Allora, ti siedi o no?” Mi sentii quasi obbligato a farlo, dopo il mio gesto maleducato. Mi sedetti. “Mi dispiace, davvero… io non aveva idea…”

“Avevo un camion, una volta. Era bellissimo. Spazioso, comodo. Pedro, così l’avevo chiamato. Trasportavo animali vivi, ogni tanto anche i maiali. Dio santo, quanto puzzavano quelle bestie. Ci ho girato il mondo, era diventato la mia seconda casa. L’avevo perfino arredato con oggettini di ogni tipo: cd musicali, coperte, santini, foto di mia moglie…” Aspirò un po’ di fumo. “Quella gran troia. Mi ha lasciato per uno stronzo, lo sai?”

“No signore” ammisi  “ma lo immaginavo dopo quello che ha detto”

“Chissà che gli prende, alle donne, a una certa età”, bofonchiò e spense la sigaretta nel posacenere che teneva fermo con la mano davanti a lui. Poi tacque. Ne approfittai per osservarlo meglio: era un uomo molto ordinato e curato, con la barba tagliata corta. Una rarità da queste parti, tanto che mi venne da chiedermi che diavolo ci facesse qui. Come prevedevo, dopo quell’affermazione sulla moglie, non portava alcun tipo di anello. Era vestito semplicemente, un pacchetto di Camel spuntava dalla tasca della camicia di jeans. Provai a indovinare la sua età, ma non ci riuscii. Era indefinibile. Il volto, anche se solcato da rughe (più d’espressione che dovute allo scorrere del tempo) aveva comunque in sé una sorta di intrinseca giovinezza. “Non era neanche così bella, oltretutto” riprese. “Anzi, era piuttosto anonima. Capelli biondo cenere, occhi scuri, molto esile. Davvero niente di degno di nota ma aveva un bel carattere. Era spigliata, allegra, indipendente… credo sia stato questo a farmi innamorare di lei. O forse il fatto che mi passasse i compiti di matematica al liceo. Susan, si chiama così. A volte era davvero odiosa… aveva da ridire su tutto quel che mi riguardava, e io, stupidamente, pensavo che volesse migliorarmi. Che dicesse quelle cose per il mio bene…” Per un attimo sembrò perso nei suoi pensieri ma poi esclamò “E io me la sono pure sposata! Chissà che cazzo mi diceva la testa, a 25 anni. Forse pensavo che sarebbe stato diverso, e avevo ragione. Le cose cambiarono davvero, ma in peggio.”

“Perché?” Quella domanda mi uscì spontanea, e quasi me ne vergognai ma lui parve non accorgersene. “Si lamentava continuamente del mio lavoro, del fatto che non fossi mai a casa e che non prendessi abbastanza soldi. In sostanza ero un fallimento per lei.” Seguì il bordo del posacenere col dito. “Le avevo proposto di lasciare tutto e girare il mondo con me… ma per carità, lei voleva la bella vita. Pensava che non mi sarei mai accorto che mi tradiva, ma si sbagliava. Certe cose si sentono. Aveva improvvisamente smesso di torturarmi con i suoi continui rimproveri, sembrava aver perso interesse per me. non si divertiva più a darmi del fallito. E una volta li sentii parlare al telefono… Matt, si chiama. Che nome da stronzo.” Annuii, un po’ inebetito, rendendomi conto solo dopo che lui non poteva vedere il mio gesto d’assenso. “È stata lei a lasciarmi” continuò “Subito dopo l’incidente.”

“L’incidente?”

“Sì, l’incidente che si portò via i miei occhi, le mie certezze e tutto quello che conoscevo. Non sono cieco dalla nascita, lo sono diventato. Dovevo consegnare un carico urgente, ed ero in ritardo. Era inverno. È successo 15 anni fa.” Rimase in silenzio per un po’, poi disse: “I freni non mi avevano mai tradito, prima.”