Pelle

“Prendiamoci da bere, come se questa fosse l’ultima notte insieme.”

(Motta, “La Nostra Ultima Canzone”)

Nella giungla scomposta del letto l’unica cosa che sento è il tuo respiro.

Calmo.

E il tuo profumo mi sveglia. Quell’odore dolce e indefinibile che di te ho sempre amato, ma che non sono mai riuscita a descrivere. È ovunque: tra le lenzuola, sulle mie dita, in ogni singolo poro della mia pelle. Sei stato tu a spargerlo ovunque impossessandoti di tutto il letto, dei miei vestiti. Di me. Vorrei mi restasse sulla pelle come un tatuaggio, per sempre.

Vorrei che restassi tu, sulla mia pelle. Per sempre.

Mi volto, con la consapevolezza che sei al mio fianco, e una strana sensazione di calore che si propaga nel petto. Mi hai sempre fatto questo inspiegabile effetto, anche con la tua sola presenza. Mi bastava sentire la tua voce, il suono della tua risata, camminare per strada e sentire di sfuggita il tuo odore.

Mi volto e ti vedo dormire, tranquillo. Ignaro.

Ignaro delle mille parole che ho ancora da dirti, che sono incastrate sulla mia lingua.

Ignaro delle mille poesie che ho ancora da scrivere, che parlano solo di te e di te solo, e che sono incastrate tra le mie dita. Quando ti ho visto la prima volta, ho capito perché i poeti da sempre scrivono solo d’amore.

Ignaro del fatto che il tuo sorriso mi è rimasto incastrato tra le ciglia e impresso fin dentro le ossa.

Credimi, vorrei –vorrei davvero– buttare fuori tutto quello che ho dentro.

Dirti tutto quello che ho dentro.

Dirti tutto.

Dirlo a tutti.

Ma non posso.

So che mi odi per questo, anche se non me lo hai mai detto. Da quando ti conosco hai sempre provato a capire come funzionasse la mia testa, quali fossero i pensieri che l’attraversavano. Cosa ci fosse, lì dentro.

Quale fosse il mio colore preferito, il film che invece non sopporto, quale tipo di marmellata mi facesse perdere la testa, se preferissi il mare o la montagna, se mi piacessero o meno i gatti, quale fosse la canzone che mi fa sempre ballare.

Cosa provassi per te.

Questa domanda ti attanagliava ma in fondo so, sappiamo entrambi, che non vuoi sentire la risposta. Non ne hai mai avuto bisogno.

La conosci già.

“Ma io ho bisogno di conferme! Non posso tirare ad indovinare.” Protestavi, ogni volta che il discorso saltava fuori.

“Il fatto che io ti cerchi non ti basta?” Ti rispondevo, ma sapevo che non era ciò che avresti voluto sentire.

Come faccio a dirti che tu, lì dentro, regni incontrastato?

Ho sempre voluto parlare di più con te, raccontarti più cose di me e so che in te non avrei potuto trovare altro che appoggio, conforto, comprensione.

Ma qualcosa mi ha sempre bloccato. Forse, la paura di non rispondere alle aspettative. La paura di essere diversa da quel che credevi, di essere noiosa. Non ho mai saputo rinunciare alla curiosità che ti vedevo brillare negli occhi quando ti parlavo, né al tuo tentativo di analizzarmi osservando ogni mio movimento, al tuo tentativo di capire qualcosa. Capire me.

“Non ti immaginavo così.” Ho paura che mi dirai, un giorno. Per questo, preferisco rimanere un enigma. E poi, so che ti piacciono i puzzle.

Ti accarezzo la testa, percorro la tua schiena nuda e mi perdo a guardarti dormire. Sei ancora più bello di ieri sera. Più bello di quando ti sei intrufolato tra le lenzuola a cercarmi per darmi un bacio a tradimento.  Ancora più bello di quando sei scoppiato a ridere vedendo la mia espressione sorpresa: non mi aspettavo che la tua pelle fosse così liscia, che le tue labbra fossero così dolci, che i tuoi capelli fossero così morbidi. E tu lo sapevi, lo sapevi già.

Non mi aspettavo che saresti entrato nella mia vita.

Quando ti sveglierai, sarò già andata via e avrò portato tutti questi pensieri con me. E già la vedo, la tua espressione delusa. So cosa proverai. So che ti aspettavi di trovarmi al tuo fianco, so che avresti cercato di svegliarmi accarezzandomi. So che ti aspettavi di far colazione insieme.

Il fatto è, lo ammetto, che ho paura –una paura fottuta– di soffrire. Ho paura di rimanere senza appigli, di precipitare in un baratro se lasci la presa. Ho paura di dipendere da te, dal tuo odore, dai tuoi baci. Ho paura di quanto bene potresti farmi stare. Ho paura di abituarmi ad averti intorno, e di non riuscire a sopportarlo se tu te ne andassi. Ho paura che tu te ne vada. Ho paura che tu possa stancarti di me. Ho paura di deluderti. Ho paura di innamorarmi di te. Ho paura di non riuscire a dimenticarmi di te, di non riuscirci mai.

Ho paura che tu mi prenda.

Un giorno, riuscirò a dirti tutto questo. Per adesso, l’unica cosa che posso fare è lasciarti dormire. E chiudermi la porta alle spalle.

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Brevi storie di poco conto #6

“Non ci servono gli occhi per poterci guardare. E anche se sbaglio le strade poi ti trovo lo stesso, senza navigatore.”

(Frah Quintale, “Missili”)

Ti guardo dormire, con la testa rivolta completamente da un lato.

Mi domando sempre se non sia scomoda, come posizione. Se quando ti svegli poi non hai il torcicollo.

Ti guardo dormire.

Penso che vorrei sussurrarti all’orecchio poesie composte da mille parole,

o da una soltanto.

Penso che vorrei scriverti addosso tutto il mio amore, tra un neo e l’altro.

Tra le costellazioni che ti compongono.

Riversartelo addosso come fossi la risacca del mare

e tu,

la battigia.

 

Eppure,

tutte le parole che vorrei dire rimangono distese sulle mie labbra.

 

Tu

sei tutti i silenzi

che mi hanno fatto venire

il mal di gola.