Trappola

“Ti sono grato di quando passi a trovarmi la notte e sono in grado di sentire la tua voce, e cosa importa se si è fatto brutto: rimani l’ultima cosa a cui penso.”

(L’Orso, “Baader-Meinhof”)

 

Profumi di casa.

Lo penso ogni volta che ti avvicini a me, con quella luce sul fondo dei tuoi occhi. Riflesso di un lampione in una pozzanghera.

Profumi di casa, ma non di quella in cui vivo adesso. Profumi di quella in cui ho vissuto prima, da bambina. Di quella che mi sembrava essere il posto più bello del mondo: piccola, umida, con le lucine del presepe rosse. Il mio fortino, il mio paese delle meraviglie.

Penso che profumi di casa, e che io non mi sento a casa da un’infinità di tempo. Ho cominciato a vagare in un momento iprecisato, una bussola difettosa al posto del cuore. E ora vorrei soltanto poggiare la testa sul tuo petto, respirarti piano per paura di consumarti.

Come fossi la mia ultima sigaretta,

ed io il condannato a morte.

E ora, vorrei fare l’equilibrista col naso nello spazio tra il tuo collo e la spalla.

La tua clavicola è il mio filo.

 

Profumi di tutti i miei sogni, di tutti i viaggi che vorrei fare, di tutti i posti che vorrei visitare. Di tutte le cose che non ho ancora fatto, di tutti i desideri che non ho ancora espresso.

Profumi di inchiostro, di china, della cellulosa di tutti i fogli su cui scrivo e di tutti quelli che accartoccio e butto via. Profumi della mia perenne insoddisfazione.

Profumi di pelle, di pane, di benzina, di fiammifero acceso, di dolce appena sfornato. Di tutti gli odori che più amo, che respiro a pieni polmoni. E che, probabilmente, si scoprirà che sono la principale causa di cancro.

Profumi di tutte le volte che ho pianto.

Profumi di tutte le volte in cui, per scelta, sono stata sola.

E anche di tutte quelle in cui, invece, sola mi ci sono sentita. Di tutte le volte in cui mi sono infilata in un labirinto e, una volta dentro, ho spezzato il filo.

Di tutte le volte in cui

il filo spezzato

ero io.

 

Profumi di tutte le volte che mi sorridi, di tutte le volte che sento la tua risata contagiosa come un virus, di tutte le volte che mi tiri a te e mi incastri tra le tue braccia. Rampicante intorno a un albero.

Di tutte le volte che mi baci e le mie viscere si torcono in un insolvibile nodo.

Di tutte le volte che nei tuoi occhi vedo il mare, cielo sottosale.

 

Da questa eterna lotta contro la malvagia tentazione del tuo profumo che è la mia trappola, crudele e senza compassione alcuna, la mia coscienza non vede salvezza.

Il mondo diventa fatiscente.

E l’equilibrio, minimo.

 

Avrei voluto scrivere una poesia, a riguardo.

Versi su versi, rime su rime.

Inutili figure retoriche per descrivere la potenza di qualcosa che è inafferrabile.

Ma dato che la poesia

sei tu,

io mi limiterò a fare da foglio.

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