Equilibrio

“La mia casa dimora nei tuoi occhi. Ovunque ti volti ci sono stati i nostri corpi anche senza di te […] La mia casa dimora tra le tue braccia. In qualunque battaglia questa mia faccia stanca sa tornare da te.”

(L’Orso, “Post-It”)

 

Infinito

è il tempo che serve alle mie dita

per inseguire la tua pelle.

Per imparare a memoria il profilo del tuo naso,

e delle tue labbra;

per imparare a memoria tutte le stelle, i pianeti, gli spigoli, i nei

e gli errori

che ti compongono.

 

Infinito

è il tempo che mi serve per galleggiare nei tuoi occhi,

annegare

e cercare appiglio nelle tue iridi.

 

Infinito

è il tempo che serve al tuo profumo, gatto sornione, per acciambellarsi in ogni poro della mia pelle come fosse una comoda poltrona.

È il tempo che serve a me per ritrovarti,

e per rendere il mondo solo un misero punto da lasciare indietro.

 

Infinito

è il tempo che ci serve per scomporci, farci a pezzi.

Dilaniarci, farci mosaico composto da innumerevoli piccole schegge.

È il tempo che ci serve per urlarci addosso le cose peggiori,

esagerare

e graffiarci la pelle, i sogni,

i desideri.

 

Infinito

è il tempo che serve per prenderci per mano

per prendere ago e filo

e cucire insieme i frammenti di noi che abbiamo sparpagliato per la stanza,

per inventare nuove versioni di noi stessi.

Per ricominciare da capo, partire da zero.

Per baciarci al buio.

 

Infinito

è il silenzio.

Inutili, le parole.

 

E poi,

io non sono Leopardi.

 

Infinito.

Tu,

io.

 

Inutile emettere suoni: ci pensano i nostri occhi in tempesta

ad annegare le nostre anime.

 

E tutto appare chiaro,

limpido.

Irreversibile.

 

Tu, ed io

 

siamo solo un puzzle composto distrattamente.

Siamo un origami stropicciato:

tu

sei la mia libellula di carta velina.

 

Ed io sono equilibrista

vestita di insicurezze

cristallizzata in una emozione.

Paralizzata nello spazio che separa le nostre labbra

sottile

come un ago.

Sono in bilico

sul filo dell’amore.

 

Ho me stessa

come spettatore.

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