Penna

“E se ti parlo con il cuore chiuso rispondi tanto per fare. E se mi metto davvero a nudo dici che ho sempre voglia di scopare.”

(Calcutta, “Orgasmo”)

 

Prendo la penna

e racchiudo il mondo in poche gocce d’inchiostro.

Pochi segni, ed io racchiudo il mondo. Il suo silenzio, il suo caos, il suono del vento, il rumore della pioggia sulla grondaia, il pelo morbido del mio gatto, le caramelle al limone, le stelle, la luna, l’universo e tutto quanto in sparute, sbilenche righe.

Prendo la penna

e racchiudo il mondo, e la mia tristezza. La mia solitudine, la mia faccia tosta, la mia risata fastidiosa, i miei vizi, i miei ricci, i miei pregi, i miei nei, le mie lacrime, le mie voglie, i miei silenzi, il mio sguardo che tutto capta, e la mia miopia in lettere sottili cucite insieme da un filo di china.

Prendo la penna

e compongo il mondo, come fosse solo un insieme di fili a cui dare un senso. E domo le mie paure, le mie inquietudini, la mia rabbia, la mia paranoia. La mia “voglia di crepare”, il mio costante senso di inadeguatezza, il mio horror vacui, le mie insensate fobie.

Prendo la penna

e tiro i dadi, tiro i fili,

tiro a sorte.

 

Prendo la penna

e rendo la mia anima

cartacea.

 

Io 

sono di carta.

 

Prendo la penna

e racchiudo il mondo in poche gocce d’inchiostro,

e racchiudo

la vita.

 

Ma mi raggiunge rapida, bruciante, la consapevolezza

che tutto l’inchiostro del mondo

non basterà mai.

 

Che tutto l’inchiostro del mondo

non mi basterà mai

per descrivere,

per racchiudere

te.

Annunci

Poetica

“Un bacio più intenso, la gonna che si sfila lenta, le mani sul viso. Provo ancora di tutto qui al buio”

(Fast Animals and Slow Kids, “Annabelle”)

 

Ti ho scritto una poesia.

Lo faccio spesso, in realtà. Non è una novità. Nè un mistero.

Ma poi ho pensato di togliere tutti gli aspetti banali. Tutti gli aspetti superflui. Tutto ciò che è superficiale. Tutto ciò che può essere frainteso. Tutte le cose già dette e tutte quelle che, forse, già sai.

Ti ho scritto una poesia, ma poi l’ho spogliata.

Ho cancellato il verso in cui dicevo di amarti. È banale, è superfluo.

Sono cose che sai già.

Ho cancellato il verso in cui parlavo di quanto io ami la tua bocca, le tue dolci labbra. Ho cancellato il verso in cui descrivevo il suono della tua voce e quello della tua risata, e quello in cui cercavo aggettivi calzanti per raccontare il tuo profumo.

Ti ho scritto una poesia. Ma poi, l’ho cancellata.

Ho cancellato il verso in cui reclamavo le tue labbra sulle mie, sul mio collo, su tutta la mia pelle. Mattino, pomeriggio, e sera. E ho cancellato anche quello in cui confesso che tu sei la fine dei miei giorni. Ho cancellato il verso in cui ammetto che sei tutte le ragioni del mio odio, e che sei tutto quello che della vita amo. 

Ti ho scritto una poesia, ma l’ho trovata insulsa.

Mi sono paragonata a un groviglio di fili senza soluzione che tu pazientemente strecci e metti in ordine, ma ho cancellato anche quel verso. Ho paragonato il tuo battito cardiaco alla risacca del mare, e ho cancellato anche quello.

Ti ho descritto, paragonandoti al più bello dei tramonti e a tutte le frasi che nei libri ho sempre sottolineato. Ti ho descritto, e ti ho paragonato al sapore del vino. Al bianco delle lenzuola pulite. Alla dolcezza delle caramelle. Al fascino di un’opera astratta. Alle ventose mattine d’autunno, e al vento stesso. Alla pigra luce del sole che mi sveglia ogni giorno. Ti ho descritto, e ti ho paragonato alla forza dell’onda, e alla resistenza dello scoglio. Ma niente di tutto questo era abbastanza. E così, ho cancellato anche questi versi.

Ti ho scritto una poesia. Ma poi, l’ho cancellata.

Ho cancellato tutti gli aspetti banali, tutto ciò che ho già detto, tutto quel che già sai, tutto ciò che suonava insulso e ripetitivo.

 

Ti ho scritto una poesia

e di essa

sono i rimasti i tuoi occhi.