Cena

“Sa già un po’ di me la tua pelle.”

(“Nuova Identità”, I Tre Allegri Ragazzi Morti)

 

Ho messo un vestito rosso, stasera. No, mi correggo: non è solo “un vestito rosso”. È il mio preferito.

È il tuo preferito.

E fingo non accorgermi del tuo sguardo che mi trafigge la schiena seminuda, affilato e penetrante come un ago infilato distrattamente in un dito mentre si cuce. Fingo di non sentirmi osservata mentre raccolgo i capelli in un unico gesto. E mento, fingendo di farlo distrattamente. Fingo di non sapere quanto ti piaccia, quanto ti diverta vedere che non riesco a controllare del tutto i miei ricci. Fingo di non sapere quanto ti affascini guardarli sfuggire alle mie dita, al mio controllo. Fingo di non vedere la luce che brilla sul fondo dei tuoi occhi, e il sorrisetto furbo ed estasiato che attraversa il tuo viso.

Segno di vernice su tela bianca.

Fingo di non aver notato il modo in cui mi ronzi intorno, cercando di respirare il mio odore senza poggiare il naso sulla mia nuca. Fingo di non sapere quanto ti attragga, come fossi un fiore e tu un’ape. Fingo di non vedere che analizzi ogni mia movenza, che segui curioso ogni mio movimento come un gatto incuriosito dal puntino rosso del laser. Che mi sezioni come fossi un insetto strano, e tu un bambino curioso.

Fingo di non capire cosa stia succedendo nella tua testa.

Fingo di non percepire la tua fame.

 

Ti è sempre piaciuto questo vestito. Forse, per il colore. Forse, per i lembi di pelle che non ha mai tentato di nascondere.

Ma ti piace ancora di più il modo in cui inarco la schiena quando me ne sbarazzo, quando mi spoglio.

Mi guardi sornione, il viso poggiato sulle ginocchia.

Sei sempre stato bravo a dissimulare quali fossero le tue reali intenzioni.

Ma io sono sempre stata brava, ancor più brava, a intuirle senza che tu dicessi una sola parola.

E le tue dita percorrono pigramente la mia intera colonna, dalla prima all’ultima vertebra.

Spezzandomi, e ricomponendomi.

Mi stringi la vita come fossi un mazzi di fiori, il tuo naso premuto sulle vertebre del mio collo. Ti sento respirare come chi è stato privato dell’ossigeno per un tempo interminabile. Ti sento dipingermi addosso fiori, e costellazioni. Ti sento imprimere a fuoco le tue dita sulla mia carne. Sento che sei tu ad avere il controllo. Ma, per una volta, non m’importa.

Ti lascio fare mentre mi addolcisci il sangue.

Mi sento come fossi un’onda.

E tu, lo scoglio.

E quella sensazione di sottile elettricità portata dalle tue dita mi attraversa le vene, i nervi. Ogni fibra. Mi chiude lo stomaco, e la gola. Mi costringe a respirare in un soffio, a non emettere più alcun suono. A non pronunciare più nemmeno una parola. E ti sento strisciare. Piccola, deliziosa serpe. Ti sento farti spazio tra i miei muscoli, tra i miei tendini, tra le mie inquietudini.

Ed io non riesco più a respirare.

E non so se chiederti di risparmiarmi

o darmi il colpo di grazia.

 

 

Mi guardi di sottecchi, il viso parzialmente nascosto dal menù.

Sorrido, con gli occhi bassi sul mio.

“Hai deciso cosa vuoi mangiare, stasera?”

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