Pettirosso

“E come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno: come le rose”

(Fabrizio De Andrè, “La Canzone di Marinella”)

Una mano, piccola, di bambino, che attraversa il groviglio di rami e afferra il passerotto. Lo stringe. È un uccellino, un pettirosso, non più grande di una mano, non meno agitato dello scorrere di un fiume. Un uragano chiuso in un barattolo.

Era distratto, o non si sarebbe mai lasciato afferrare.

Piccolo, agitato. Vulnerabile.

Le cose piccole vanno tenute con cura, sono le più fragili. Le cose piccole racchiudono la delicatezza del mondo. Le cose piccole sono inafferabili: se mai ti capiterà di prenderne una, allenta la presa. Le cose piccole non sono fatte per stare troppo a lungo a questo mondo, ma non sei tu a decidere quando dovranno distaccarsene. Quante volte te l’avrò ripetuto?

 

Una mano, un’altra. Sottile, di polvere, lacrime e rimpianti, che attraversa la gabbia di ossa. Nel buio. Non posso vederla, ma la sento: è lì, dove si accumulano le tristezze. Dove quando sono troppe, poi, fa male.

A un cuore in pezzi
Nessuno s’avvicini
Senza l’alto privilegio
Di avere sofferto altrettanto.

E il pettirosso si dibatte, cerca di sbattere le ali. Sente la mano stringersi, e sa. Lui sa, certo che sa, ma si dimena. Una fiamma di candela contro lo spiffero di vento dispettoso.

Una mano, di bambino. Tenera, piccola, paffutella.

Soffocante.

Una stretta al petto, un nodo alla gola: dove si accumulano tutte le parole non dette, tutti i momenti sbagliati. Brucia e graffia, come avessi ingoiato una spina. Occhi aperti nel buio, e l’aria che non riempie i polmoni: palloncini sgonfi, e una bocca troppo stanca per soffiarvi dentro. La mano stringe il passerotto.

Ti prego, molla la presa.

Mi guardi. Occhi neri, densi, profondi. Una apatia scalfita solo da una malinconia beffarda. Sottile come un velo.

Un bambino, con un pettirosso stretto in una mano. Come fosse un cono gelato.

Mi alzo, mi serve aria: apro la finestra, ma la brezza notturna sembra scivolare ovunque tranne che nei miei polmoni. Un serpente che evita un ostacolo al centro del sentiero.

Ti prego, molla la presa.

“Mamma! Guarda, ho trovato un pettirosso.”

“Cosa?”

“Ho trovato un pettirosso, guarda… Però non si muove più. Perchè non si muove più?”

Un frullo d’ali dentro al petto.

Ti prego,

molla la presa.

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Zanzare

“Il corpo è fragile, la vita violenta.”

(I Tre Allegri Ragazzi Morti, “La Festa è a Buenos Aires”)

 

Odio le zanzare.

Stupidi insetti che ancora mi chiedo che utilità abbiano all’interno della catena alimentare, oltre quello di svenare me.

Quel prurito, quella sera, stava diventando impossibile da ignorare. Fastidioso, irritante. Insopportabile.

Come eri tu.

“Sweet dreams are made of this

Who am I to disagree?”

“Bella ‘ sta canzone! Vieni a ballare, dai”

Mani intrecciate, il mio sguardo carico di aspettativa e malizia mentre ti trascino al centro della sala, sotto le luci stroboscopiche.

Ed eri dannatamente attraente anche tutto inondato di luce blu.

“Che buon profumo che hai stasera.”

“Ma non ho messo alcun profumo!”

“Appunto: mi piaci così, al naturale…”

Uno sguardo ipnotico, le tue labbra vicino al mio orecchio per sovrastare la musica.

“Ricordati che noi uomini siamo animali…”

“Intendi voi di sesso maschile o l’umanità?”

“L’umanità…” Il brivido del tuo tocco, il tuo braccio a cingermi la vita.

E all’improvviso sei più vicino.

Così vicino.

“… ma faresti comunque bene a non fidarti di noi uomini.”

Non avevo mai notato che avessi le labbra così carnose, prima.

“Perchè no?” E sentivo venir meno tutte le mie difese, come un coltello che taglia il burro. Come un soffio leggero su un castello di carte.

“Nel caso in cui tu non l’avessi notato” e le tue labbra che si avvicinavano al mio collo. Rapide, un fiume in piena. Inarrestabili. “Un uomo non può, non riesce, ad essere amico di una donna che trova attraente.” E riuscivo a sentirti, nonostante la tua voce fosse ormai poco più di un soffio. Un bisbiglio nel buio, ma per me pari a un urlo.

“Some of them want to use you

Some of them want to get used by you

Some of them want to abuse you

Some of them want to be abused.”

“Non dimenticarmi.”

Il battito d’ali d’una farfalla, la lieve pressione di due dita sulla pelle, le dita di un pianista sui tasti. Rapide, vibranti, impercettibili. Un battito di ciglia, il calar della notte a Novembre, una goccia di pioggia sul viso, un sorriso sfuggente nel metrò.

Questo fu, ma null’altro che un tacito biglietto da visita delle tue labbra sulla mia pelle.

Dove avevo messo la pomata per le punture d’insetto? Dovunque guardassi, non era lì. E ogni secondo che passava il prurito peggiorava.

E se mi grattassi con la forchetta?

Poi l’illuminazione: non avevo ancora controllato nello sportello dei medicinali, in bagno. Ma una volta lì, tutto fu più chiaro. Davanti allo specchio.

Non era una puntura, non era il morso di un insetto, non era una reazione allergica.

Null’altro.

Se non il ricordo di un tuo bacio.