Ignorare

“Ma ora dimmi: cosa mi manchi a fare? Tanto mi mancheresti lo stesso, che cosa mi manchi a fare?”

(Calcutta, “Cosa Mi Manchi A Fare”)

Sei il cucchiaio in più di Nutella che mi fa ingrassare. Sei le gocce di pioggia sulle lenti degli occhiali, e la condensa che li appanna. Sei l’olio bollente che schizza e unge dappertutto. Sei il manico della pentola che scotta. Sei un nodo tra i capelli, e quello in gola, e nel petto. Sei la sensazione di panico. Sei un livido sulla coscia. Sei il ghiaccio sulla frutta, il verme nella mela, il marcio delle uova. 
Sei la pellicina tirata via con troppa leggerezza, sei il dito che sanguina. Sei le macchie di inchiostro sulla mano che macchiano il foglio. Sei la lettera sbagliata di una parola in un biglietto d’auguri. Sei il foglio che si strappa nel mezzo mentre cancello con la gomma un tratto di matita. Sei la punta della matita che si spezza. Sei la valigia che non si chiude. Sei la puzza di bruciato in cucina. Sei la spazzatura da buttare chiusa in una busta, relegata in un angolo. 

Sei un’unghia spezzata. Sei l’acqua gelida inaspettata sotto la doccia. Sei lo sbalzo di corrente che fa tremare la luce. Sei l’inchiostro sbiadito nella pagina di un libro. Sei la nota stonata durante un concerto. Sei il tassello del puzzle che non combacia con nessun altro. Sei il taglietto sul palato impossibile da ignorare. Sei una scottatura sulla lingua. Sei il piede messo male, e la conseguente storta. Sei la puzza del cemento fresco. Sei la grandine che rovina le viti e le macchine. Sei la cimice che svolazza al buio sbattendo contro la finestra. Sei la mosca che si posa sul cibo.

Sei i gradini troppo bassi, o troppo alti. Sei l’uovo che non si rompe. Sei il raffreddore stagionale. Sei “la bugia a fin di bene”. Sei la fotocopia uscita male. Sei lo scotch che si accartoccia. Sei la risata di scherno. Sei la pasta scotta e la carne troppo dura. Sei la pagina web che non carica. Sei il cellulare all’1% di batteria. Sei la fetta biscottata che si spezza mentre ci spalmo la marmellata, e cade sul pantalone appena lavato. Sei il doppiaggio fuori tempo dei film stranieri.

Sei il Wi-Fi che non funziona. Sei il freddo ai piedi. Sei l’insalata senza né olio né sale. Sei il taglio sul dito fatto dal foglio di carta. Sei il palloncino che non si gonfia. Sei l’accendino difettoso. Sei il bucato dimenticato sul balcone in un giorno di pioggia. Sei lo stridore delle unghie sulla lavagna. Sei il professore che non si sa spiegare. Sei il caffè rovesciato sugli appunti. Sei l’odore del mazzo di fiori che iniziano ad appassire. Sei il fumo in faccia durante una conversazione.

Sei il trucco che cola, la lente a contatto che si sposta. Sei la fila alle poste. Sei il rumore del trapano di sabato mattina. Sei la centrifuga della lavatrice. Sei l’acqua salata negli occhi, nel naso, in gola. Sei il sorriso di circostanza. Sei il mal di stomaco che attanaglia anche le gambe. Sei il portafoglio vuoto e la vetrina accattivante. Sei il segno del rossetto sul tovagliolo.

Sei il callo sul dito. Sei quel paio di scarpe nuove e la ferita sul tallone. Sei la sveglia che non suona, o che suona troppo forte. Sei la collana troppo stretta, il pantalone troppo aderente. Sei l’ombrello che si rovescia durante il temporale. Sei la salita che spezza il fiato. Sei la sciarpa che pizzica e prude sul collo. Sei la zanzara che ronza di notte dentro l’orecchio, e tutte le punture che lascia. 

Sei inevitabile, sei come una disgrazia. Come una pallonata in faccia. Una pallottola vagante. 

Come un cancro.

Sei tutto il mio cinismo, tutto il mio disprezzo, tutta la mia perfidia. Sei tutte le ragioni del mio odio.

Non saresti tutto questo, se riuscissi a ignorarti.

Ma non posso.

Bugia

 “Non penso mai, non penso a te.”

(L’Orso, “Non penso mai”)

Cosa ti fa credere che io ti pensi?

Io non ti penso mai.

Non ti penso quando piego la bustina dello zucchero dandole la forma di una farfalla, e non penso a come mi guardavi quando l’ho fatto la prima volta. Non ti penso quando al cinema danno un nuovo film Disney. Non penso ai tuoi piatti preferiti mentre cucino. Non cerco più il profumo che indossavi tra gli scaffali delle profumerie. Non penso a te mentre leggo Baudelaire.

… e arso dall’amore del bello,
non avrò l’onore supremo
di dare il mio nome all’abisso
che mi servirà da tomba.

Io non ti penso mai.

Non ti penso quando passano i Cure in radio. Non ho più foto di te nascoste tra le pagine dei libri, nel portafogli, nei cassetti. Non penso alla fossetta che ti spuntava sulla guancia quando sorridevi, che tu coprivi con la mano perché non ti piaceva. E non penso mai a quando ho visto il tuo sorriso per la prima volta. Non ti penso quando mi concedo una cucchiaiata di Nutella. Non ti penso quando sperimento in cucina. Non ti penso quando metto la musica a tutto volume. Non ti penso quando compro il gelato al limone. Non penso al cubo di Rubik sulla mia mensola che tu hai saputo risolvere in qualche minuto.

“Lo sai risolvere? Quello dico.”

Non l’ho mai saputo risolvere, più che altro mi divertivo a girarne le diverse parti. A guardarne i colori.

Io non ti penso mai.

Non penso mai a te quando taglio la verdura, non penso mai a quanto piangevi per via delle cipolle. Non penso mai al tuo sguardo diffidente, a quando mi giravi intorno senza avvicinarti mai. Come chi ha paura che il fuoco lo morda mentre aggiunge legna al camino. Come un gatto pieno di sospetti, un serpente che nell’ombra osserva la preda prima di attaccare.

Non penso a te di giorno, non penso a te di notte. Non penso a te ad ogni passo. Non interrogo gli occhi degli altri cercando i tuoi. Non sei il mio primo pensiero, non sei l’ultimo. Non parlo più di te.

Non scrivo più di te.

Cosa ti fa credere che io ti pensi?

 

 

E cosa ti fa credere che io abbia smesso di dire bugie?