Fame

“E aspetto in piedi sulla riva del fiume che mi passi la sete, che mi passi davanti tu.”

(DiscoMostro, “Ascensore”)

 

Ti guardo, e tu altro non sei che un impietoso ritratto del mio istinto.

Di quella parte dell’istinto più bassa e feroce

fatta di morsi, graffi, lividi, sangue, sesso.

 

Mi vedo riflessa nei tuoi occhi,

e mi sento più simile a un animale che a un essere umano.

 

E sono affamata,

affamata da morire.

 

E l’unica cosa che voglio è il tuo cuore.

Voglio mangiarlo pezzo per pezzo su un piatto di ceramica bianca,

il suo sangue a impregnare le mie labbra anemiche.

Come hai fatto tu col mio, mentre io stavo a guardare

paralizzata.

 

Ti guardo negli occhi

e dentro ci vedo solo la mia fame.

 

Le mie vene pulsanti,

il fuoco nel fondo della gola.

L’urlo incastrato tra i denti,

il respiro caldo che fonde i polmoni.

Le unghie conficcate nei muscoli,

il tremito dei tendini.

Il desiderio che tende la mia pelle, che distrugge i miei nervi, che dilania i tessuti.

 

 

Placa la mia fame,

 

baciami.

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Campanelle

“E l’inverno si scioglie, ma il freddo non mi passa mai.”

(DiscoMostro, “Gennaio”)

 

Hai appeso al mio cuore

21 campanelle.

 

21, come il giorno in cui ci siamo incontrati per la prima volta, in primavera.

Il 21 a primavera.

 

21, come gli anni che ho.

 

21, come gli anni che avevi tu quando sei diventato un’ombra.

Io ne avevo a malapena 19.

 

E ad ogni battito le campanelle suonano,

si agitano.

 

E ad ogni battito ritorna assordante, implacabile il tuo ricordo.

 

Tormento invisibile,

inafferrabile, inarrestabile.

 

 

Frastuono dell’anima.

Indietro

“E questo lo metto insieme a tutte quelle cose che so di me e che non avrò mai il coraggio di dire a voce alta. Ti va se, facciamo tutto da capo?”

(Cucineremo Ciambelle, “Dada”)

 

Potremmo ricominciare.

Resettare tutto, far finta che niente di tutto questo sia mai successo.

Riprovarci, finchè non ci viene bene stare insieme.

Io potrei far finta che tu non mi abbia mai ferita,

fingere di non star sanguinando.

Tu puoi far finta che io non ti abbia spezzato il cuore,

potrei fingere che anche il mio sia intatto.

 

Torniamo indietro,

indietro di 6 anni.

 

Siamo più vecchi, e più stanchi ma

torniamo a quella spiaggia,

torniamo a quel prato,

torniamo a quella panchina.

 

Torniamo a quando abbiamo marinato la scuola.

 

Torniamo al cornetto che stavo mangiando la mattina che ti ho incontrato, che quasi mi andava di traverso.

“Immagino che tu sia…”

“Sì, sono proprio io.”

“Beh, allora… ciao!”

“Te l’hanno mai detto che sei altissimo?”

 

Torniamo al tuo passo più lungo del mio, al tuo sguardo più sfuggente del mio, al tuo carattere più spigoloso del mio.

Torniamo al cielo di velluto azzurro che c’era quel giorno, a quel caldo che nessuno dei due avvertiva, al sole che mi batteva sulla schiena.

“Aspetta, aspetta… Questa canzone io la conosco, ma non ricordo dove l’ho sentita.”

“Dai, so le basi… Non mi puoi casca così.”

“Mh… Donnie Darko?”

“Ma che brava.”

 

Torniamo alla musica che usciva dal tuo cellulare, ai “bella questa canzone, titolo?“, ai nostri zaini buttati nella sabbia, al tuo diario di scuola con oscenità nascoste tra le pagine.

 

Torniamo all’esatto secondo in cui ti ho concesso il potere di distruggermi.

 

Torniamo a quando siamo stati una cosa sola, per minuti interminabili.

A quando siamo stati fuoco e cenere, sangue e polvere, esplosione e sussurro.

A quando ho aperto gli occhi,

e c’erano solo i tuoi.

Alla mezzaluna appesa sul tuo viso.

 

 

Torniamo indietro,

e stavolta

baciamoci di più.

 

 

 

 

 

 

Liste

“Vorrei non sapere più nemmeno dove abiti.”

(Dente, “Buon Appetito”)

 

“Forse è il caso di fare una lista.”

“Motivo?”

“Non mi do pace.”

Guardi un punto imprecisato dell’orizzonte, e taci.

 

“È atroce uccidere il bisogno di chi non puoi avere e farsi una ragione per non stare insieme, dice una canzone. Il succo della questione è che non capisco perchè non scegli me.”

“Sono più i contro che i pro.”

“Comincia, allora.”

 

Inizierei dai contro:

tanto per cominciare: mi hai fatto male. Così male, così tanto male che ho smesso di respirare per un tempo interminabile. E quando ho ricominciato, i polmoni non si sono più riempiti d’aria allo stesso modo. Non faccio altro che soffocare, costantemente. Mi hai prosciugata, e da allora non ho mai più versato una lacrima per niente e nessuno. Ti sei preso il mio cuore, e l’hai divorato, dilaniato, straziato. Non l’ho mai riavuto indetro, se non in pietosi brandelli. Un misero moncherino. E lo rifarai, lo rifarai ancora.

E ancora.

E ancora.

“È il tuo cuore il mio arto fantasma.”

 

E siamo incompatibili, se proprio vogliamo dirla tutta. Sei una mente fredda, gelida, calcolatrice. Come il tuo sguardo. Io sono furore, movimento, passione. Tu sei lo scoglio, io l’onda. E per me non finisce bene.

“Posso essere il vento che ti spinge, se me lo permetti.”

 

E poi l’amore che provo per te non può che annientarmi. Non porta a sublimazione, solo a distruzione.

“Ma la distruzione è una forma di creazione.”

 

E sai una cosa? Mi fai paura. Mi fa paura l’effetto che hai su di me. Mi sento un petardo pronto a brillare da un momento all’altro. Mi accendi, mi porti in alto. Molto, molto in alto. E io soffro di vertigini, e non so scendere. E si sa: più in alto mi porti, più sarà devastante lo schianto quando mi lascerai andare.

“Il tuo problema è che non ti godi il panorama.”

 

E non sei capace, non sei minimamente capace di dimostrare il minimo slancio emotivo. Sei distante, sei sempre altrove, sempre lontano.

“Generalmente sono nello spazio tra le tue parole e i tuoi occhi.”

 

Di pro ce n’è solo uno:

mi hai fatto conoscere il mio cuore. Mi hai insegnato ad ascoltare il suo battito, l’ho imparato a memoria e mi hai insegnato a ballare al suo ritmo. Non l’avevo mai sentito, prima.

E sono anni che ci provo, giuro,

ma non riesco a vedere in nessun altro quello che ho visto in te.

 

 

E in fondo, cosa sei?

Cosa sei?

Cosa sei se non un mucchio d’ossa, incastro di muscoli e tendini,

intreccio di vene e pulsazioni, costellazione di nei,

ammasso di belle sensazioni, morbidezza della carne e della voce,

intrigo dei sensi, cielo stellato in un paio d’iridi?

 

Sei solo un essere umano.

 

 

Come hai fatto a fregarmi?

Baci

“The promises we made were not enough . The prayers that we had prayed were like a drug . The secrets that we sold were never known . The love we had, we had to let it go.”

(“Hurricane”, 30 Second To Mars)

 

La tua bocca io me le ricordo bene, e mi ricordo la forma delle tue labbra.

Rosee, delicate, sottili.

Due piccole lame sporche di sangue, marchio a fuoco sulle mie.

In un tuo bacio io andavo in pezzi: milioni di schegge che si ricomponevano per poi sfaldarsi di nuovo. Ero una sopernova in esplosione, fiore che sboccia e che muore.

Ed io, che mi chiedo il senso di tutto, riuscivo a non pensare stando tra le tue labbra. Nessuno di quei baci aveva un senso, se non quello d’esser dato per amore. Ripetevo il tuo nome, cercando di replicare i tuoi baci. E d’un tratto ci innamorammo, profondamente, intimamente, in modo impacciato. Ci innamorammo come chi non ha ben capito cosa sta succedendo, e non sa bene come comportarsi. E non avevamo speranze, bisogna dirlo, troppa era la frenesia, troppo l’ardore. Saremmo bruciati in fretta, come fiammiferi. Come fili di paglia. Ma luminosi quanto un petardo nel cuore della notte.

E invece mi sbagliavo.

Noi eravamo, per incastro, eterni.

 

Siamo, per incastro, eterni.

Per quanto la cosa possa darmi fastidio. Eternamente persi, eternamente in cerca, eternamente collegati.

 

Sapessi quanta fatica faccio per non baciarti,

per non baciarti più.

 

E ti odio, ti odio perchè nella mia vita sei arrivato in anticipo. Perchè hai un tempismo di merda, e ce l’ho anch’io.

Siamo due parole per sempre separate da una virgola.

 

E poi odio la tua bocca, che mi ha fatta sentire così bene.

E odio i tuoi occhi, appesi al mio soffitto, che mi guardano ogni mattina.

 

Ma soprattutto, odio i baci

quei baci

 

 

che tu non mi dai più.

Confessione

“E passeranno gli anni prima che tu ammetta che di me volevi solo te.”

(Gazzelle, “Quella te”)

 

Sono passati anni,

ma il tuo ricordo dolente resta inchiodato al mio cuore.

Spillo straziante, più pesante di un macigno, ti tiene schiacciato

e sembri star comodo, a guardarti si direbbe che tu non abbia nessuna fretta d’andar via.

Adagiato, come una farfalla sulla corolla di una margherita.

Soffocante, insopportabile come afa.

 

E più resti, e più nel mio cuore si crea un solco

e più cerco di non pensarti, e più ti agiti facendomi sanguinare

e più il solco si riempie di ricordi.

 

Ferita aperta piena di sabbia,

non ti rimarginerai mai.

 

Arto fantasma in perenne risveglio.

 

Avessi un bisturi lo affonderei al centro del petto

una coltellata, come sei stato tu.

Mi scaverei dentro, le dita impregnate di sangue,

tulipano che sboccia al centro del petto,

e ti strapperei via,

parassita della mia anima,

per sentire finalmente l’aria riempire i polmoni.

O non raggiungerli affatto.

 

 

O forse,

in fondo,

 

 

sono io che non ti lascio andar via?