Liste

“Vorrei non sapere più nemmeno dove abiti.”

(Dente, “Buon Appetito”)

 

“Forse è il caso di fare una lista.”

“Motivo?”

“Non mi do pace.”

Guardi un punto imprecisato dell’orizzonte, e taci.

 

“È atroce uccidere il bisogno di chi non puoi avere e farsi una ragione per non stare insieme, dice una canzone. Il succo della questione è che non capisco perchè non scegli me.”

“Sono più i contro che i pro.”

“Comincia, allora.”

 

Inizierei dai contro:

tanto per cominciare: mi hai fatto male. Così male, così tanto male che ho smesso di respirare per un tempo interminabile. E quando ho ricominciato, i polmoni non si sono più riempiti d’aria allo stesso modo. Non faccio altro che soffocare, costantemente. Mi hai prosciugata, e da allora non ho mai più versato una lacrima per niente e nessuno. Ti sei preso il mio cuore, e l’hai divorato, dilaniato, straziato. Non l’ho mai riavuto indetro, se non in pietosi brandelli. Un misero moncherino. E lo rifarai, lo rifarai ancora.

E ancora.

E ancora.

“È il tuo cuore il mio arto fantasma.”

 

E siamo incompatibili, se proprio vogliamo dirla tutta. Sei una mente fredda, gelida, calcolatrice. Come il tuo sguardo. Io sono furore, movimento, passione. Tu sei lo scoglio, io l’onda. E per me non finisce bene.

“Posso essere il vento che ti spinge, se me lo permetti.”

 

E poi l’amore che provo per te non può che annientarmi. Non porta a sublimazione, solo a distruzione.

“Ma la distruzione è una forma di creazione.”

 

E sai una cosa? Mi fai paura. Mi fa paura l’effetto che hai su di me. Mi sento un petardo pronto a brillare da un momento all’altro. Mi accendi, mi porti in alto. Molto, molto in alto. E io soffro di vertigini, e non so scendere. E si sa: più in alto mi porti, più sarà devastante lo schianto quando mi lascerai andare.

“Il tuo problema è che non ti godi il panorama.”

 

E non sei capace, non sei minimamente capace di dimostrare il minimo slancio emotivo. Sei distante, sei sempre altrove, sempre lontano.

“Generalmente sono nello spazio tra le tue parole e i tuoi occhi.”

 

Di pro ce n’è solo uno:

mi hai fatto conoscere il mio cuore. Mi hai insegnato ad ascoltare il suo battito, l’ho imparato a memoria e mi hai insegnato a ballare al suo ritmo. Non l’avevo mai sentito, prima.

E sono anni che ci provo, giuro,

ma non riesco a vedere in nessun altro quello che ho visto in te.

 

 

E in fondo, cosa sei?

Cosa sei?

Cosa sei se non un mucchio d’ossa, incastro di muscoli e tendini,

intreccio di vene e pulsazioni, costellazione di nei,

ammasso di belle sensazioni, morbidezza della carne e della voce,

intrigo dei sensi, cielo stellato in un paio d’iridi?

 

Sei solo un essere umano.

 

 

Come hai fatto a fregarmi?

Baci

“The promises we made were not enough . The prayers that we had prayed were like a drug . The secrets that we sold were never known . The love we had, we had to let it go.”

(“Hurricane”, 30 Second To Mars)

 

La tua bocca io me le ricordo bene, e mi ricordo la forma delle tue labbra.

Rosee, delicate, sottili.

Due piccole lame sporche di sangue, marchio a fuoco sulle mie.

In un tuo bacio io andavo in pezzi: milioni di schegge che si ricomponevano per poi sfaldarsi di nuovo. Ero una sopernova in esplosione, fiore che sboccia e che muore.

Ed io, che mi chiedo il senso di tutto, riuscivo a non pensare stando tra le tue labbra. Nessuno di quei baci aveva un senso, se non quello d’esser dato per amore. Ripetevo il tuo nome, cercando di replicare i tuoi baci. E d’un tratto ci innamorammo, profondamente, intimamente, in modo impacciato. Ci innamorammo come chi non ha ben capito cosa sta succedendo, e non sa bene come comportarsi. E non avevamo speranze, bisogna dirlo, troppa era la frenesia, troppo l’ardore. Saremmo bruciati in fretta, come fiammiferi. Come fili di paglia. Ma luminosi quanto un petardo nel cuore della notte.

E invece mi sbagliavo.

Noi eravamo, per incastro, eterni.

 

Siamo, per incastro, eterni.

Per quanto la cosa possa darmi fastidio. Eternamente persi, eternamente in cerca, eternamente collegati.

 

Sapessi quanta fatica faccio per non baciarti,

per non baciarti più.

 

E ti odio, ti odio perchè nella mia vita sei arrivato in anticipo. Perchè hai un tempismo di merda, e ce l’ho anch’io.

Siamo due parole per sempre separate da una virgola.

 

E poi odio la tua bocca, che mi ha fatta sentire così bene.

E odio i tuoi occhi, appesi al mio soffitto, che mi guardano ogni mattina.

 

Ma soprattutto, odio i baci

quei baci

 

 

che tu non mi dai più.

Confessione

“E passeranno gli anni prima che tu ammetta che di me volevi solo te.”

(Gazzelle, “Quella te”)

 

Sono passati anni,

ma il tuo ricordo dolente resta inchiodato al mio cuore.

Spillo straziante, più pesante di un macigno, ti tiene schiacciato

e sembri star comodo, a guardarti si direbbe che tu non abbia nessuna fretta d’andar via.

Adagiato, come una farfalla sulla corolla di una margherita.

Soffocante, insopportabile come afa.

 

E più resti, e più nel mio cuore si crea un solco

e più cerco di non pensarti, e più ti agiti facendomi sanguinare

e più il solco si riempie di ricordi.

 

Ferita aperta piena di sabbia,

non ti rimarginerai mai.

 

Arto fantasma in perenne risveglio.

 

Avessi un bisturi lo affonderei al centro del petto

una coltellata, come sei stato tu.

Mi scaverei dentro, le dita impregnate di sangue,

tulipano che sboccia al centro del petto,

e ti strapperei via,

parassita della mia anima,

per sentire finalmente l’aria riempire i polmoni.

O non raggiungerli affatto.

 

 

O forse,

in fondo,

 

 

sono io che non ti lascio andar via?

Annegare

“E sì, lo so che sei infallibile. Che sei di ferro indistruttibile mentre io sono un fiore”

(Brunori Sas, “Il Pugile”)

 

Galleggio nel tuo ricordo, che mi sta intorno come il cappio al collo del condannato a morte.

Fluttuo, ma il mio corpo non è nuvola bensì piombo su questo letto. È la mente che trema, foglia al vento, sospinta dal ricordo della tua voce.

 

“Tu mangi il kebab con la cipolla?”

“Adoro la cipolla.”

“Ci hai fatto mettere anche la salsa piccante?”

“Non prendermi in giro, so di essere disgustosa quando ho fame.”

 

Dicono che la prima cosa a svanire dalla memoria sia la voce di una persona. Ma non la tua, incessante martello pneumatico nella mia testa. E non sai cosa darei per tirarla via da lì, con un paio di pinze. Con le unghie. A morsi.

“Non disgustosa, sorprendente.”

“Sorprendente?”

“Quasi tutte le ragazze non mettono la cipolla e la salsa piccante nel kebab. Diciamo proprio che non ne mangiano.”

“I luoghi comuni mi stanno stretti.”

“Touchè.”

 

E c’era la luna che era grande quanto un’unghia, e sanguigna. Rossa come un pezzo di carne viva e grondante di sangue.

“Ricordami che siamo venuti a fare.”

“A ingozzarci di kebab, riempirci di sabbia e per il terzo motivo ti basta alzare la testa.”

“Sembra un petardo.”

“Molto poco poetico, e ti sta cadendo la cena addosso.”

 

La seconda cosa a svanire dalla memoria, dicono, è il tocco. Le sensazioni tattili.

Ma la tua mano era sul mio ginocchio, leggera come un velo, e si arrampicava strisciando. Serpente sul pelo dell’acqua. Un tocco delicato come la brezza estiva, come un sospiro fatto nel sonno. Gentile onda del mare morente sulla battigia. Un tocco pigro, sornione. Inarrestabile.

“Cos’è che vuoi, eh?” Ti canzono.

“Voglio il tuo tempo, il cuore, il corpo… Niente che non voglia anche tu.”

 

La terza cosa ad essere cancellata è il profumo. L’odore caratteristico della pelle.

E tu sapevi di menta, fumo di sigaretta, tabacco, carta, sapone e dopobarba. Sapevi di ammorbidente e macchina nuova. Sapevi di pioggia e gelsomino.

E quando mi restava attaccato ai vestiti e ai capelli speravo non andasse mai via, per averti vicino ancora un po’. Non te l’ho mai detto.

“Ti sta andando un sacco di sabbia tra i capelli.”

“Ha importanza?”

 

Ed infine, la quarta cosa ad essere dimenticata è l’aspetto. Dicono.

Ma io i tuoi occhi riuscivo a vederli anche nel buio, nonostante ne fossero parte integrante. Messaggeri delle parole che tu non pronunciavi.

Riesco a vederli anche se chiudo gli occhi.

 

“Credo che la luce che hai in fondo agli occhi sia la luna.”

“Sei tu, la mia luna.”

 

 

La tua assenza mi sta intorno

 

come l’acqua a chi annega.

Ciliegie

“Sa di lucidità e di insana fobia.”

(Linea 77, “Sogni Risplendono”)

Sono un involucro di carne, pelle, ossa, ricordi.

Un groviglio senza soluzione di vene pulsanti sotto il tuo tocco che detta il ritmo del mio sangue e definisce il cuore.

Sotto le tue dita io sono fuoco, e sono cenere.

Sono materia in evoluzione, e sono polvere.

Sono rabbia che non ha più via di fuga, e sono estasi.

Sono volgarità, e sono dolcezza.

 

“Voglio il tuo odore addosso.”

 

Sono le unghie conficcate nella tua carne, e sono labbra perse su ogni centimentro della tua pelle.

Sono cambiamento, e sono stasi perenne.

Sono morte, e sono rinascita.

 

E tu arrivi prima di ogni mio desiderio, prima di ogni mio bisogno, prima di ogni pensiero.

Confondi i miei sensi.

Mi guardi negli occhi, e non ho più bisogno di pensare.

Voglio far combaciare ogni centimentro del mio corpo con il tuo, non sopporto neanche la minima distanza tra noi. I desideri sono i miei tentacoli.

Voglio la tua carne, voglio sentire il flusso del tuo sangue. Le tue ciglia lunghe sulla mia guancia, e il tuo cuore impazzito che prende a pugni il mio.

 

“Ci pensi se proprio adesso arrivasse l’Apocalisse?”

“Vorrà dire che l’Apocalisse ci troverà quasi in pigiama.”

“Facciamoci trovare nudi.”

 

Sento il calore della tua lingua: mi assapori come fossi una delle tue mentine dopo l’ennesima sigaretta, come se anch’io ti rinfrescassi la gola.

 

“Al solito, sai di ciliegie… Come diavolo fai? Mi fanno impazzire.”

“È solo la mia pelle.”

“Oggi ho fame di te…” Canticchi.

 

Sento te.

Il tuo respiro, il tuo calore, l’odore della tua pelle.

“Cosa me ne faccio del paradiso, se posso avere te?”

Vedo il tuo sorriso sfavillare nel buio, mezzaluna appesa all’amo da pesca.

 

Avrei voluto che i miei giorni rimanessero innocui e banali.

E avrei voluto dimenticare lo squallido piacere della pelle che tu sapevi rendere così sublime. Non averne memoria, per non soffrirne la mancanza.

 

 

Sono un involucro,

miglia e miglia di pelle.

 

Che ricorda il tuo tocco.