Nero

“Io ci credevo così forte che ho ancora il sorriso stampato sul viso.”

(I Tre Allegri Ragazzi Morti, “Una ragazza”)

 

I tuoi occhi.

Forza distruttiva e rigeneratrice. Croce e delizia. Liquirizia e carbone. Colata lavica. Fumo accecante. Macchia d’inchiostro sul dito. Calice di vino rosso. Ogni volta che li guardavo sembravano dire:

“Io ti porterò i guai.”

 

Covo di serpi, concentrato di malizia, riserva perenne di gelo.

 

“Perchè sei così freddo?”

“Sei tu che sei troppo calorosa per me.”

“Stronzate.”

 

Pozzi neri, senza fondo. Avvolgenti, come il buio che inghiotte i fasci di luce lunare. Seta argentea incastrata in un gomitolo nero. Ali di gabbiano incatramate in una pozza di petrolio in mezzo al mare. Neri: come il più profondo degli oceani, dove la luce non riesce ad arrivare.

Guardarli era come rimanere impantanata nel miele. Un insetto fossilizzato nell’ambra.

 

Predatore.

 

“Tutto l’amore che mi stai dando, prima o poi ti tornerà indietro.”

“Prima o poi? Suona molto come ‘aspetta e spera’ .”

“Tornerà. Tu sei una che spera.”

 

I tuoi occhi. Affilati come lame. Pietre scure sul fondo del fiume. Supernova in esplosione. Dente mancante in un sorriso. Caramelle gommose alla coca-cola.Risacca del mare. Riflesso della luna. Delicato riflesso di un’anima indomabile, potente quanto le melodie di Wagner.

Sbatti le ciglia e io dimentico il mondo.

 

Attraverso di loro ti ho visto andare lontano. Andare via, lontano e oltre. Dove nemmeno la mia voce riusciva a raggiungerti.

A lungo mi sono chiesta dove fossi.

Poi ho capito,

ho capito dov’eri.

 

Perso

nei miei stessi occhi.

 

 

“Guardami.”

 

Caramelle

“Avrei voluto essere come mi vuoi, ma in questa vita sono come piace a me.”

(I Tre Allegri Ragazzi Morti, “Come mi vuoi”)

Vorrei essere la caramella al limone che continui a rigirarti sulla lingua, muovendo le guance in maniera buffa. È aspra, stringi gli occhi e quasi sorridi. Ancora mi chiedo cosa ci trovi, nelle caramelle al limone. Vorrei essere l’involucro trasparente e appiccicoso con cui le tue dita giocano.

Vorrei essere il fumo della tua sigaretta, giusto per accarezzarti le labbra. Essere inafferrabile, anche solo una volta. Inafferrabile come sei tu.

Vorrei essere la farfalla che hai creato con la bustina di zucchero.

“Vedi? Così la bustina non rimane aperta.”

 

Vorrei essere la battuta che ti ha fatto tanto ridere mentre ti scattavano quella foto. L’unica, l’unica in cui sorridi.

“Dovresti farlo più spesso, ti sta bene il sorriso addosso.”

“Forse, ma tu sei più brava.”

 

Vorrei essere le tue palpebre, che si chiudono quando ti addormenti, così da poter continuare a guardare i tuoi occhi.

Vorrei essere il profumo che metti ogni mattina, per stare vicina alla tua pelle. Vicina come non sono mai stata.

Vorrei essere la tua canzone preferita, quella che canti per intero. Dall’inizio alla fine. E non importa se stai facendo tardi, non importa se stoni, non importa se piove ed è una giornata di merda.

Vorrei essere il panino che addenti in pausa pranzo che, per quanta fame hai, ti sembra il piatto migliore del mondo.

Vorrei essere il profumo di dolci che ti mette di buon umore quando entri in pasticceria. Vorrei essere l’appiglio che trovi quando stai per cadere. Vorrei essere quel taglietto sulla lingua che ti fa penare.

 

“Perché mi guardi così?”

“Come ti sto guardando?”

“Sorridi.”

“No, non è vero, sei bugiarda.”

Mezzaluna sbilenca nel buio della notte.

 

Vorrei tu fossi i miei occhi

per farti vedere quello che vedo io

quando ti guardo.

Tarlo

“Dipendo da te […] dalle tue sigarette, dagli stivali di pelle, dal gusto che hai, dalle storie che muovi, dai baci profondi e da quelli che neghi.”

(I Tre Allegri Ragazzi Morti, “Dipendo da te”)

 

Se la mia testa fosse un ciocco di legno,

tu saresti il tarlo.

Affondi i denti nella carne rossa della mia mente, come i tarli fanno col legno.

Compiaciuto, come fossi una fetta di torta per colazione. Dopo una lunga dieta.

 

Sei una macchia ostinata. Un peso opprimente sul petto e il costante nodo in gola, dove si fermano tutte le cose tristi. Sei veleno, cancro mai in remissione. Sei la paura del buio, di cui tutti si dimenticano finchè non arrivano i blackout.

 

E niente,

niente ti manda via, niente riesce a annientarti. Nè il sonno, né l’indifferenza.

Nè il tempo.

 

Sei impalpabile. Invisibile, inafferrabile.

 

 

Potessi estirparti, lo farei. Come fossi un’erbaccia nel mio vaso di gardenie.

Potessi spaccarmi in due la testa e strapparti via, lo farei.

Strappare via i tuoi denti dalla mia carne, come fossi solo un cerotto su una ferita aperta. Un punto di sutura messo male.

Potessi tornare indietro e non conoscerti mai, lo farei. Non saresti altro che un qualunque estraneo urtato per strada mentre controllavo l’orologio.

“Oh… Mi scusi tanto!”

“Non si preoccupi.”

“Buona giornata!”

“A lei.”

Ma non è andata così. E tu lo sai.

Potessi cambiare strada, prendere la svolta a destra e non quella a sinistra, ignorare il tuo sguardo, e non conoscerti mai, lo farei.

Forse avrei urtato lo stesso qualcuno. Per l’amor del cielo, sarebbe andato bene chiunque altro. Ma non tu.

Potessi cancellarti, come uno scarabocchio a matita in cima alla pagina, lo farei.

 

 

Potessi baciarti,

adesso,

 

 

lo farei.