E adesso?

“The world around us is burning but we’re so cold.”

(Twenty One Pilots, “Fairly Local)

 

È l’ennesimo giorno come tanti: scorre lento, e sempre uguale. Mi sento come un moscerino intrappolato nel miele. È una di quelle giornate in cui sono seduto a fissare il bicchiere davanti a me. E mi chiedo perché si svuoti così in fretta.

Una di quelle giornate.

Giornate intere trascorse a cercare la verità sul fondo di troppi bicchieri. Giornate intere a usarli come specchio, a pensare che quell’immagine deformata e mostruosa mi rispecchiasse perfettamente. Giornate intere a darmi il tormento, a riempirmi di domande a cui non ho mai saputo rispondere.

Cosa mi è successo? Cosa ci è successo?

Cosa ci siamo fatti?

Giornate intere a giocare col bordo del bicchiere, a sentire le tempie pulsare, a interrogare la bottiglia, lo specchio, la luna. È stato il desiderio, maledizione della vita, a fottermi. Lo so.

Io lo so.

Dentro ogni cosa vedevo solo la mia fame. È stato l’egoismo a fottermi.

Giornate intere a chiedermi perché. Perché tutto questo. Perché la vita ci fotte tutti. Perché amo così tanto la solitudine, perché ho malessere nello stare con le persone. Perché, più sono solo, e più sono in pace con me stesso.

 

“Hai mai pensato di essere tu il problema?” 

– … Cosa?

“Hai mai pensato  di non amare la solitudine ma di essere costretto ad amarla? Hai forse alternative? Hai mai pensato che è una conseguenza? Hai mai pensato che, in realtà, è una condanna? La tua condanna? Hai mai pensato che se sei solo è per causa tua? Che la solitudine è la tua punizione? Che te la sei procurata? Hai mai pensato di non riuscire a trovare risposta ai tuoi problemi perché, in realtà, il problema sei tu? Che il creatore dei tuoi disastri sei proprio tu?”

– No… No, ti sbagli. Non è così. È una mia scelta

“Hai mai avuto scelta?”

La tua voce è stridula. Chi sei?

“La paura. Hai bevuto così tanto che adesso riesci a sentirmi.”

– Ma io non voglio ascoltarti. Tu non esisti.

“Non puoi evitarlo, hai passato la vita cercando di sfuggirmi. Ora che finalmente ti ho preso, di certo non ti lascio andare. Se non esisto, perché ti trema la mano? Sei la mia preda, ed io ho un’incredibile fame.”

– Hai un ghigno davvero orribile, te lo devo proprio dire.

“Cos’è, ti faccio forse… paura?”

 

“Hai mai pensato che se sei solo è perché non è una tua scelta, ma una scelta degli altri? Che nessuno ti vuole? Che nessuno ti ha mai voluto? Che non sei altro che un errore?”

– No, non è vero. Non c’è niente di vero… Chi sei?

“La paranoia”

– No. Taci.

“Cominciavo a star stretta in quello spazio angusto che mi hai riservato nella tua testa, sai…”

– Taci, ho detto.

“Hai sempre fallito, in ogni cosa. Sei una delusione per tutti quelli che in te ci hanno creduto. Poveri illusi, non è vero? Hai mai pensato che la scelta più ovvia sarebbe morire? Ti assicuro che è semplice, non sentirai quasi nulla. C’è molto traffico nella tua testa,  non ti piacerebbe fermarlo? Ti fa male, lo so, vedo come ti premi le tempie. Hai mai pensato a quanto starebbero tutti meglio senza di te? Nessuno ti ama, nessuno ti vuole. Tu porti solo altri guai.”

 

“Hai mai pensato che tutto il dolore che provi sia giusto? Che sia la tua necessaria punizione? Hai mai pensato a tutto il male che hai fatto agli altri? A tua madre, ai tuoi amici, a lei. Ti amava così tanto.”

– Lei non c’entra niente con me, non nominarla. Chi sei?

“Il senso di colpa.”

– No, ti prego, tu no. Tu no.

“La nomino eccome, invece. Hai mai pensato a tutte le cose orribili che le hai vomitato addosso? Se le meritava? Che colpe aveva? Hai mai pensato alla sua voce rotta nel telefono? Hai pensato che fosse solo a causa tua, nonostante negasse? Hai mai pensato che lo facesse solo per farti stare meglio?”

– Ti prego, lei no.

“Non hai mai voluto darmi ascolto, non hai mai chiesto scusa a nessuno di loro. Tu e il tuo cazzo di orgoglio. Sei un arrogante. Eppure ti amavano.”

– Basta, ti prego.

“E quando hai fatto piangere tua madre? Quante volte, vero? Povera donna, che colpa ne ha se ha messo al mondo uno come te? Sei un’anomalia nelle vite di tutti, porti solo dolore. Non hai mai lasciato che ti amassero. Li hai distrutti tutti, uno per uno. A cosa ti servono quelle lacrime adesso? Non credi sia un po’ tardi?”

 

Un urlo, uno scoppio di vetri. Mi piovono intorno come coriandoli.

 

“Vedi? È sempre così che ti comporti. Rompi le cose quando non sai come gestire la situazione. Le cose, o le persone. Non sei mai riuscito a gestirmi.”

– E tu, tu chi sei adesso?

“La tua rabbia.”

– Ti prego, almeno tu, sta’ zitta.

“Ti ho appena fatto scagliare un bicchiere contro la parete, non hai mai saputo come farmi tacere. Sei sempre stato un violento, io ti ho sempre avuto in pugno. Hai mai pensato che è per questo che sei solo? Che è per questo che non sei mai riuscito a creare un rapporto umano con nessuno? Che è per me che non sei mai stato capace di amare?”

– Basta.

 

Basta.

Basta, vi prego.

Voglio che tutto si fermi.

Voglio spegnere l’interruttore.

Ditemi solo come fare, ditemi che non farà male.

 

“Non credi che di meritarlo, il dolore, almeno un po’? Dopo tutto quello che hai fatto a chi ti amava? “

“Sarà veloce, sarà davvero veloce. Starai molto meglio, dopo.”

“Quella scheggia può andar bene.”

 

“Ora premi, premi qui

premi forte.”

 

E adesso? Si macchierà tutto il pavimento, mamma si arrabbierà moltissimo…

“Con tutte le volte che le hai dato un dispiacere? Le avrai fatto solo un favore, credimi.”

 

Ho freddo, la testa è pesante. Non riesco a piegare le dita.

“È come essere molto stanchi. Senti questo torpore? Ti stai addormentando.”

 

E adesso?

“La vita è una puttana, e che puttana… ha fottuto perfino te.”

– E tu? La tua voce è diversa, chi sei?

“La morte.”

– Il pavimento è un casino, vero?

“Che ti aspettavi? Non hai fatto un lavoro pulito. Avresti potuto bere detersivo, stringere una corda intorno al collo. Ma no, tu devi sempre fare così… Guardati, guarda che casino: sembri un burattino a cui hanno tagliato i fili. Buttato in un angolo, con i polsi squarciati e gli occhi vuoti.”

– Disastroso.

“Scenografico, impressionante. Sei il mio capolavoro, non avrei saputo fare di meglio. Sei stanco?”

– Sì…

da morire.

“Vieni, tra le mie braccia c’è spazio. Sei comodo?”

– Mai stato così comodo prima.

 

E adesso?

E adesso?

E adesso?

 

“Perché le tue mani sono appiccicose? È sangue? Perché non smette di scorrere?”

– Chi sei?

“Il panico.”

– Cosa vuoi da me?

“Aprirti gli occhi. Ma ormai non vedi più, che te lo dico a fare… Non so neanche perché sono qui, sei un involucro vuoto. Il mio lavoro qui è inutile, non posso nemmeno farti venire le palpitazioni. Il tuo cuore è un ciottolo sul fondo di un fiume, ormai. Qualcuno avrebbe potuto capirti, se solo prima ne avessi parlato. Sai? Perché devi sempre fare questi colpi di testa?”

No, aspetta, ho capito.

Aspetta. Aspetta.

Ho cambiato idea.

Posso mettere tutto apposto, ho capito come devo fare.

 

Come si torna indietro?

Come si ferma questo sangue? Perché continua ad uscire?

Perché sembra catrame?

Perché fa così freddo?

 

“Non credi di essere in ritardo?”

– Chi sei?

“Il rimorso.  Hai anche tu questa terribile sensazione? “

– Che sensazione?

“La sensazione di aver fatto un errore madornale? Uno di quelli che sai di non poter risolvere?”

– Come lo sai? Come posso uscirne?

“Dieci minuti fa saresti stato ancora in tempo, se solo mi avessi chiamato prima… Avresti potuto afferrare il telefono, e risolvere tutto. O almeno provarci. Tu e il tuo tempismo del cazzo. Se solo…”

 

Dimmi cosa devo fare.

Ti prego, dimmelo.

Ti prego.

 

Perchè questo silenzio?

Dove sei finito?

Dove siete tutti?

 

 

E adesso?

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Fame

“E aspetto in piedi sulla riva del fiume che mi passi la sete, che mi passi davanti tu.”

(DiscoMostro, “Ascensore”)

 

Ti guardo, e tu altro non sei che un impietoso ritratto del mio istinto.

Di quella parte dell’istinto più bassa e feroce

fatta di morsi, graffi, lividi, sangue, sesso.

 

Mi vedo riflessa nei tuoi occhi,

e mi sento più simile a un animale che a un essere umano.

 

E sono affamata,

affamata da morire.

 

E l’unica cosa che voglio è il tuo cuore.

Voglio mangiarlo pezzo per pezzo su un piatto di ceramica bianca,

il suo sangue a impregnare le mie labbra anemiche.

Come hai fatto tu col mio, mentre io stavo a guardare

paralizzata.

 

Ti guardo negli occhi

e dentro ci vedo solo la mia fame.

 

Le mie vene pulsanti,

il fuoco nel fondo della gola.

L’urlo incastrato tra i denti,

il respiro caldo che fonde i polmoni.

Le unghie conficcate nei muscoli,

il tremito dei tendini.

Il desiderio che tende la mia pelle, che distrugge i miei nervi, che dilania i tessuti.

 

 

Placa la mia fame,

 

baciami.

Campanelle

“E l’inverno si scioglie, ma il freddo non mi passa mai.”

(DiscoMostro, “Gennaio”)

 

Hai appeso al mio cuore

21 campanelle.

 

21, come il giorno in cui ci siamo incontrati per la prima volta, in primavera.

Il 21 a primavera.

 

21, come gli anni che ho.

 

21, come gli anni che avevi tu quando sei diventato un’ombra.

Io ne avevo a malapena 19.

 

E ad ogni battito le campanelle suonano,

si agitano.

 

E ad ogni battito ritorna assordante, implacabile il tuo ricordo.

 

Tormento invisibile,

inafferrabile, inarrestabile.

 

 

Frastuono dell’anima.

Indietro

“E questo lo metto insieme a tutte quelle cose che so di me e che non avrò mai il coraggio di dire a voce alta. Ti va se, facciamo tutto da capo?”

(Cucineremo Ciambelle, “Dada”)

 

Potremmo ricominciare.

Resettare tutto, far finta che niente di tutto questo sia mai successo.

Riprovarci, finchè non ci viene bene stare insieme.

Io potrei far finta che tu non mi abbia mai ferita,

fingere di non star sanguinando.

Tu puoi far finta che io non ti abbia spezzato il cuore,

potrei fingere che anche il mio sia intatto.

 

Torniamo indietro,

indietro di 6 anni.

 

Siamo più vecchi, e più stanchi ma

torniamo a quella spiaggia,

torniamo a quel prato,

torniamo a quella panchina.

 

Torniamo a quando abbiamo marinato la scuola.

 

Torniamo al cornetto che stavo mangiando la mattina che ti ho incontrato, che quasi mi andava di traverso.

“Immagino che tu sia…”

“Sì, sono proprio io.”

“Beh, allora… ciao!”

“Te l’hanno mai detto che sei altissimo?”

 

Torniamo al tuo passo più lungo del mio, al tuo sguardo più sfuggente del mio, al tuo carattere più spigoloso del mio.

Torniamo al cielo di velluto azzurro che c’era quel giorno, a quel caldo che nessuno dei due avvertiva, al sole che mi batteva sulla schiena.

“Aspetta, aspetta… Questa canzone io la conosco, ma non ricordo dove l’ho sentita.”

“Dai, so le basi… Non mi puoi casca così.”

“Mh… Donnie Darko?”

“Ma che brava.”

 

Torniamo alla musica che usciva dal tuo cellulare, ai “bella questa canzone, titolo?“, ai nostri zaini buttati nella sabbia, al tuo diario di scuola con oscenità nascoste tra le pagine.

 

Torniamo all’esatto secondo in cui ti ho concesso il potere di distruggermi.

 

Torniamo a quando siamo stati una cosa sola, per minuti interminabili.

A quando siamo stati fuoco e cenere, sangue e polvere, esplosione e sussurro.

A quando ho aperto gli occhi,

e c’erano solo i tuoi.

Alla mezzaluna appesa sul tuo viso.

 

 

Torniamo indietro,

e stavolta

baciamoci di più.

 

 

 

 

 

 

Liste

“Vorrei non sapere più nemmeno dove abiti.”

(Dente, “Buon Appetito”)

 

“Forse è il caso di fare una lista.”

“Motivo?”

“Non mi do pace.”

Guardi un punto imprecisato dell’orizzonte, e taci.

 

“È atroce uccidere il bisogno di chi non puoi avere e farsi una ragione per non stare insieme, dice una canzone. Il succo della questione è che non capisco perchè non scegli me.”

“Sono più i contro che i pro.”

“Comincia, allora.”

 

Inizierei dai contro:

tanto per cominciare: mi hai fatto male. Così male, così tanto male che ho smesso di respirare per un tempo interminabile. E quando ho ricominciato, i polmoni non si sono più riempiti d’aria allo stesso modo. Non faccio altro che soffocare, costantemente. Mi hai prosciugata, e da allora non ho mai più versato una lacrima per niente e nessuno. Ti sei preso il mio cuore, e l’hai divorato, dilaniato, straziato. Non l’ho mai riavuto indetro, se non in pietosi brandelli. Un misero moncherino. E lo rifarai, lo rifarai ancora.

E ancora.

E ancora.

“È il tuo cuore il mio arto fantasma.”

 

E siamo incompatibili, se proprio vogliamo dirla tutta. Sei una mente fredda, gelida, calcolatrice. Come il tuo sguardo. Io sono furore, movimento, passione. Tu sei lo scoglio, io l’onda. E per me non finisce bene.

“Posso essere il vento che ti spinge, se me lo permetti.”

 

E poi l’amore che provo per te non può che annientarmi. Non porta a sublimazione, solo a distruzione.

“Ma la distruzione è una forma di creazione.”

 

E sai una cosa? Mi fai paura. Mi fa paura l’effetto che hai su di me. Mi sento un petardo pronto a brillare da un momento all’altro. Mi accendi, mi porti in alto. Molto, molto in alto. E io soffro di vertigini, e non so scendere. E si sa: più in alto mi porti, più sarà devastante lo schianto quando mi lascerai andare.

“Il tuo problema è che non ti godi il panorama.”

 

E non sei capace, non sei minimamente capace di dimostrare il minimo slancio emotivo. Sei distante, sei sempre altrove, sempre lontano.

“Generalmente sono nello spazio tra le tue parole e i tuoi occhi.”

 

Di pro ce n’è solo uno:

mi hai fatto conoscere il mio cuore. Mi hai insegnato ad ascoltare il suo battito, l’ho imparato a memoria e mi hai insegnato a ballare al suo ritmo. Non l’avevo mai sentito, prima.

E sono anni che ci provo, giuro,

ma non riesco a vedere in nessun altro quello che ho visto in te.

 

 

E in fondo, cosa sei?

Cosa sei?

Cosa sei se non un mucchio d’ossa, incastro di muscoli e tendini,

intreccio di vene e pulsazioni, costellazione di nei,

ammasso di belle sensazioni, morbidezza della carne e della voce,

intrigo dei sensi, cielo stellato in un paio d’iridi?

 

Sei solo un essere umano.

 

 

Come hai fatto a fregarmi?